Archivio per la Categoria Rubrica di Andrea Asta
Il periodo transitorio è, per definizione, quello che separa la conclusione del campionato da quella effettiva degli allenamenti. Ci sono squadre che, banalmente, non svolgono alcun lavoro in questo periodo, altre che, invece, si dedicano con meticolosità e dedizione al lavoro.
In realtà il periodo transitorio, se utilizzato nella maniera corretta, può rivelarsi particolarmente utile: non avendo più l’ansia della prestazione (e, magari, l’importante obiettivo preposto), infatti, si ha tutta la tranquillità e la serenità per concentrarsi su alcuni aspetti che durante l’anno sono stati trascurati.
Si può parlare di carenze tecniche individuali, ma anche di incrementi strategici (per semplificare il lavoro l’anno successivo), oppure anche di fisico. Senza trascurare che, per la maggioranza delle squadre, il periodo transitorio sancisce anche l’inizio del mercato, ovvero dei giocatori in prova.
Parlando di giovanili, dobbiamo tenere presenti alcuni aspetti:
- Molti ragazzi non hanno più voglia di faticare, essendo terminati i veri stimoli (le gare)
- Abbiamo l’opportunità di lavorare molto scrupolosamente sulla tecnica individuale
Già da subito notiamo un’evidente contraddizione. La necessità dell’allenatore è quella di lavorare molto sull’analitico e sul sintetico, la necessità del giocatore è quella di non avere frustrazioni e giocare molto, se viene in palestra. A tutto questo va aggiunto quello che, a mio avviso, è uno degli aspetti cruciali del periodo di transizione: l’aspetto fisico. Il periodo di transizione, dal punto di vista fisico, può avere diversi obiettivi:
- Incrementi muscolari di diverso tipo
- Correzione di alcuni problemi posturali
- Lavoro specifico sui traumi avuti durante l’anno
- Prevenzione personalizzata
- Apprendimento della tecnica di alcuni esercizi fisici
L’ultimo punto, in particolare, parlando di giovanili, può essere molto interessante: pensare di dedicare un po’ di tempo al fisico, insegnando la tecnica esecutiva di alcuni esercizi con sovraccarico (attività che, se eseguita con moderazione e senza eccessi piace agli atleti), potrebbe anche portare il vantaggio di partire con basi migliori per un lavoro mirato di preparazione fisica nella stagione successiva.
Ritornando all’aspetto tecnico, è chiaro che è compito dell’allenatore stabilire un programma che possa anche attirare i ragazzi verso la palestra, anche nei mesi di Maggio e, a volte, di Giugno. Per non eccedere in casi e casi, parlerò banalmente delle scelte che ho fatto io quest’anno, con il mio gruppo Under 18 maschile.
Anzitutto, abbiamo deciso di continuare a svolgere 3 allenamenti settimanali da 2 ore (salvo casi eccezionali), seppur a ranghi ridotti (le palestre sono già pagate anche per maggio), mentre, presumibilmente, da Giugno non riusciremo più ad allenarci, salvo 3-4 volte entro le prime due settimane. Ad ogni modo, ho focalizzato il lavoro seguendo questi principi:
- Ai ragazzi piacciono essenzialmente due aspetti: l’attacco ed il servizio in salto;
- Avendo in gruppo molti U16 (U18 dall’anno prossimo), dobbiamo sistemare due aspetti tecnici che ritengo vitali per questa fascia di età: ricezione e attacco, anche di palla alta (anche se questo sarebbe più un obiettivo da U14, avendo giocatori con poca esperienza alle spalle, il discorso è ancora più che aperto);
- Sempre per il discorso dell’aver avuto molti giocatoriU16, ma con campionati di Serie, abbiamo lavorato tutto l’anno con la rete 2.43 metri, con conseguenti “bracci più lenti del dovuto” per passare la rete senza tirare fuori;
- Ci sono 2-3 giocatori dell’attuale gruppo U16 che sono maturati molto durante l’anno e che andrebbero inseriti con l’attuale gruppo l’anno prossimo;
- I giocatori non hanno mai svolto esercitazioni con sovraccarichi.
A questo punto, ho delineato un programma di massima:
- Martedì: allenamento specifico sull’attacco forte, con rete 2.35 circa. 30′ di riscaldamento, 60′ di fasi analitico - sintetiche e 30′ di fasi di gioco o globale (numeri permettendo), sempre con punteggi bonus per l’attacco. Attenzione: tutti i giocatori devono attaccare da tutte le zone, in più i centrali continueranno ad allenare il primo tempo.
- Mercoledì: allenamento specifico su battuta e ricezione. 30′ di riscaldamento, 60′ di fasi analitico - sintetiche (nelle fasi sintetiche si inserisce anche il servizio al salto e si conclude l’azione con l’attacco), 30′ di fasi di gioco o globali.
- Venerdì: lavoro sull’attacco di palla alta, quindi, in linea di principio, sul contrattacco e la fase break. Quando possibile, più spazio al globale.
A titolo di esempio, in maniera molto schematica e priva di dettagli (per altro, disponibili in forma completa nei miei allenamenti sul VCS), riporto i primi due allenamenti della scorsa settimana.
Martedì 6 maggio 2008
Finalità: attacco
Atleti: 3 palleggiatori, 7 attaccanti
Durata: 2 ore
- 30′ Riscaldamento fisico e tecnico guidato.
- 30′ Tecnica specifica - parte 1.
- Alzatori: alzate di vari palloni su lancio del compagno (alzate sia da terra che in salto).
- Attaccanti: trasformazione per la rincorsa, attaccando palloni lanciati dall’allenatore (3 palloni di fila, 2 in primo tempo e 1 in secondo, ponendo attenzione sull’esplosività della rincorsa).
- 30′ Tecnica specifica - parte 2: lavoro a gruppi in attacco da zona 2 e zona 1.
- Gruppo 1: attacco con alzata degli alzatori di palla mezza dietro sia in prima che in seconda linea.
- Gruppo 2: trasformazione per il caricamento, 2-3 colpi da terra con gomito alto e subito 1 attacco in secondo tempo su lancio dell’allenatore.
- 30′ Fase di gioco: due giocatori appoggiano una palla dell’allenatore su tutto il campo e ci sono 3 uscite. d’attacco contro due giocatori a muro esterni (palla in 2, per un giocatore che non era in appoggio, palla in 6, palla in 4). Punteggi singoli e gara tra tutti gli attaccanti.
Mercoledì 7 maggio 2008
Finalità: ricezione
Atleti: 2 palleggiatori, 6 attaccanti
Durata: 95 minuti
- 30′ Riscaldamento fisico e tecnico guidato.
- 30′ Ricezione singola su metà campo contro battuta floating da terra: 2 giri di ricezione in zona 5 (battuta da zona 5 poi da zona 1) e 2 giri in zona 1. Gara tra battitore e ricevitore con obiettivi di positività individuali su 10 battute.
- 45′ Sintetico ricezione e attacco: due giocatori ricevono su 2/3 di campo nelle zone 5/6, il ricevitore di zona 5 attacca anche da zona 4. Un altro giocatore è solo in attacco in zona 2 o in zona 3 (a seconda del giocatore). Servizio libero, ricezione e attacco a discrezione dell’alzatore, segue free ball per l’attacco del secondo giocatore. Errore al servizio comporta Jolly Ball, ossia servizio da terra da non sbagliare.
Ecco, in linea di principio, i criteri che utilizzo per concludere nel modo più felice per tutti questa stagione. C’è da aggiungere che il nostro periodo transitorio è un po’ “forzato”, nel senso che stiamo partecipando ad un piccolo torneo di 4 partite che ci tiene ancora un po’ impegnati nel week-end. Ad ogni modo, il torneo è stato fatto per dare spazio di gioco a tutti, quindi non ci poniamo obiettivi di classifica e, pertanto, possiamo dirci mentalmente già in periodo transitorio.
Riguardo al discorso fisico, avevo già preparato una scheda per l’insegnamento di alcuni esercizi di base, anche se, causa problemi vari della società, ancora non siamo riusciti ad andare in sala pesi. Ad ogni modo, gli esercizi che abbiamo ritenuto importanti sono:
- Seduta #1
- Squat a 90° con bilanciere libero
- Seduta #2
- Affondi frontali con manubri
- Lento avanti con manubri
- Trazioni alla lat machine
Le modalità di lavoro previste sono: carichi molto bassi (tali da garantire comunque un sovraccarico), 3 serie da 10 ripetizioni per ogni esercizio, attenzione alla tecnica esecutiva, esecuzione lenta e controllata.
Personalmente, mi ritengo abbastanza soddisfatto dagli effetti ottenuti: abbiamo comunque una buona frequentazione agli allenamenti, stiamo ottenendo, già in poco tempo, buoni risultati e gli allenamenti non risultano eccessivamente noiosi.
Il periodo di transizione, in conclusione, deve poter soddisfare le esigenze dei giocatori, che hanno voglia di subire stress inferiori rispetto al campionato, ma anche quelle degli allenatori, che hanno necessità di sfruttare appieno il tempo senza gare per concentrarsi sulla tecnica individuale.
Nessun Commento »
Grazie ad alcuni esercizi che ho visto sul VCS e ad un piccolo scambio di battute sulla TagBoard, mi sono trovato a meditare sul’aspetto dell’allenamento dell’allenatore. Mi sono posto alcuni interrogativi su quali siano le capacità tecniche che un buon allenatore deve possedere. Penso che l’imprescindibilità di alcune caratteristiche tecniche sia indiscutibile: a qualsiasi livello, non è possibile pensare di allenare in modo sufficientemente efficace senza avere il controllo diretto e completo di alcune esercitazioni. Ad esempio, spesso, per dare ritmo, è necessario lavorare in fasi analitiche con lanci dell’allenatore, che, in questo modo, può modulare ritmo, intensità, difficoltà, per ogni singolo giocatore. Tuttavia, per poter perseguire questo “sogno”, è necessario possedere alcune capacità, di cui in seguito parleremo.
Anzitutto, ragioniamo sugli obiettivi:
- Poter allenare
- Poter garantire tante ripetizioni in poco tempo
- Necessitare di riscaldamento limitato o nullo
- Garantire la propria incolumità fisica
Entrando nello specifico, ci sono almeno queste capacità che un allenatore dovrebbe possedere:
- Lancio a due mani da sotto
- Servizio dal basso
- Piazzata da terra
- Servizio floating
- Attacco da terra
- Colpo d’attacco senza salto
- Colpo di pallonetto senza salto
Proverò, di seguito, a dire due parole su ciascuna capacità tecnica.
Lanci a due mani da sotto
Sono fondamentali, a mio avviso, per l’allenamento dell’attacco a livello giovanile. Dobbiamo poter garantire elevata precisione in profondità e lunghezza. In altre parole, la palla deve cadere proprio nel punto giusto. Ma c’è un altro aspetto da tenere presente, ossia l’altezza. E’ infatti necessario poter garantire, per ogni tipo di zona (4, 3, 2) lanci di tre differenti tipologie:
- Lancio alto (oltre 3 metri sopra la rete) per allenare il terzo tempo ed il contrattacco
- Lancio di secondo tempo, utilizzato per le esercitazioni analitiche di attacco in cui non si vuole focalizzare l’attenzione sul tempo di rincorsa
- Lancio di primo tempo, utilizzato nelle prime fasi dell’apprendimento per limitare le componenti di valutazione della palla al giocatore
Il lancio alto, inoltre, richiede di poter essere preciso od impreciso, di partire da diverse parti del campo e così via. Ad ogni modo, già possedere la capacità di eseguire lanci alti da sotto la rete, è un buon passo avanti.
Per allenarsi in questo, senza avere a disposizione troppi strumenti, sono sufficienti il canestro del basket e due cesti di palloni. Il primo si posiziona sotto il canestro, il secondo vicino all’allenatore. Posizioniamoci quindi a distanze “ragionevoli” ed iniziamo ad effettuare dei lanci, valutandoci di volta in volta e prefiggendoci obiettivi, a seconda di quale livello alleniamo. Ad esempio, potrebbe essere sensato considerare l’errore in profondità molto più grave di quello in lunghezza, perché aggiunge una componente tecnica non indifferente all’attacco. Ove possibile, chiaramente, si può sostituire il canestro con un canestro mobile posto direttamente sotto rete e il cesto sotto il canestro con un assistente (il vice allenatore?).
Un aspetto che consiglio di non sottovalutare è la possibile differenza di precisione nei lanci verso destra o verso sinistra. Io, ad esempio, ho notato che lancio molto meglio in Zona 2, che in Zona 4. Questo è un aspetto da gestire e non sottovalutare, poiché l’allenamento dell’attacco non può prescindere da nostre limitazioni.
Servizio dal basso
Così come il lancio da sotto è il fondamentale necessario per l’allenamento dell’attacco, il servizio dal basso è quello utilizzato per l’allenamento delle fasi di giocata e rigiocata, di appoggio, di ricezione, di ricostruzione. Dobbiamo essere in grado di direzionare il servizio da sotto in ogni zona (quanto meno, nelle tre fasce laterali e con una buona modularità di lunghezza), sia come servizio teso, che come servizio molto a parabola. Personalmente, utilizzo tantissimo il servizio dal basso in sostituzione del servizio in gara, per aumentare il ritmo di gioco ed eliminare da alcune fasi globali alcune variabili (il servizio ne introduce troppe).
L’esecuzione tecnica può essere differente ed adattabile, anche se di norma vedo colpi con la spalle bloccata e colpi gestiti solo con l’azione dell’avambraccio mediante rotazione del gomito. Il colpo è di norma effettuato con il pugno chiuso, per favorire il controllo della palla e la possibilità di modulare meglio i colpi.
Nei primi tempi di allenamento, io non ero assolutamente in grado di servire dal basso. Venendo dalla pallavolo giocata, infatti, avevo abbandonato il servizio dal basso ai tempi dell’U13. Penso che questo sia stato un problema anche di tanti altri allenatori, all’inizio. Ad ogni modo, sostituire il servizio da sotto con un lancio da sotto non è, in alcuni casi, da considerarsi come un fatto negativo. L’unico vantaggio del servizio, in alcuni casi è, a mio avviso, un maggior controllo delle traiettorie lunghe. Per allenarsi non resta che iniziare contro la parete, poi su distante brevi da rete e allontanandosi via via dalla stessa.
Aspetto importante è il punto di partenza del servizio. In generale, credo serva poter saper battere da dentro il campo (fasi di allenamento analitico o sintetico), ma anche da fuori, da ambedue i lati (fasi di gioco). Infine, può essere necessario anche saper battere da fondo campo, senza perdere eccessivamente in precisione.
Piazzata da terra
Entra in gioco nell’allenamento delle fasi di rigiocata e, in particolare, quando si vuol far partire un’azione da una difesa. Infatti, allenare la difesa partendo dall’attacco, specie con squadre giovani, è un sogno molto spesso irrealizzabile. Ci sono troppe variabili d’errore e, molto spesso, i palloni toccati sono troppo pochi. In fasi di gioco è necessario poter attaccare palloni di media potenza addosso o vicino ai giocatori, per poterli allenare ad una semplice difesa.
Dal punto di vista tecnico, spesso si tende a limitare l’utilizzo della spalla, in questi colpi, a favore di un colpo più basso e gestito con il movimento del polso.
Anche in questo caso, attenzione alla simmetria del colpo, alla possibilità di direzionare il colpo su tutte le zone (quanto meno, quelle direttamente frontali o leggermente laterali), alla necessità di rendere il colpo impegnativo ma non impossibile (e quindi cura delle traiettorie e dei punti di caduta del pallone) e, ove possibile, anche alla necessità di vedere, in visione periferica, i posizionamenti dei giocatori in difesa.
Servizio floating
Molto spesso è necessario disporre di un servizio floating sufficientemente “flottante” e decisamente poco falloso, per dare continuità agli esercizi di ricezione.
Altri colpi d’attacco
Oltre al colpo piazzato, è necessario, per allenare analiticamente la difesa, disporre di colpi d’attacco forti, con braccio alto e veloce, con pallonetti e finte. Questi colpi devono poter essere eseguiti sia da terra che da sopra plinti o tavoli. Sarebbe importante saper gestire sia i colpi forti dritti (con discreta precisione), che quelli più lenti ed angolati (movimenti in intrarotazione ed extrarotazione).
L’ultima osservazione, in fase di auto-allenamento, è che, al contrario di quanto richiediamo ai nostri giocatori giovani, a noi non interessa la tecnica di esecuzione, ma solo l’effetto. I colpi d’attacco devono essere alti, direzionabili e modulabili in forza, senza poi particolare attenzione alla tecnica esecutiva (lancio, caricamento e così via).
Riguardo al riscaldamento, in linea di principio i lanci, i servizi da sotto e le piazzate non dovrebbero richiedere un riscaldamento eccessivo. Al contrario, credo sia bene non “avventurarsi” in lavori troppo traumatici per la spalla (servizio, attacco) senza un adeguato riscaldamento a priori, specie se il numero di ripetizioni che andremo ad eseguire sarà elevato ed in tempi ridotti.
Buon autoallenamento a tutti.
2 Commenti »
Quest’oggi ho avuto l’onore ed il piacere di collaborare con lo Staff del Regional Day dell’Emilia Romagna. Per chi non lo sapesse, si tratta di una giornata intera di volley giovanile (maschile), i cui allenamenti sono gestiti dallo Staff Nazionale, nella fattispecie da Gigi Schiavon (allenatore della Nazionale Juniores) e dal suo vice Luca Cantagalli. Il tutto coordinato dallo staff del regionale, ossia lo Zio (chi è di Bologna sa bene di chi sto parlando) e Luca.
Sfrutto queste due righe come fossero un blog, per raccontare le procedure di selezione e l’organizzazione della giornata, che possono comunque essere molto interessanti.
Anzitutto, la divisione per annate: la mattina (9.3o-12.30) gli 89-90-91, il pomeriggio (15.30-18.30) i 92-93-94. I primi con requisiti piuttosto restrittivi (1.95 di altezza, oppure selezioni regionali in passato, oppure campionati di livello nazionale in carriera), mentre i secondi, chiaramente, un po’ più elastici (forse anche troppo). Conclusione: 20 ragazzi alla mattina e ben 35 al pomeriggio.
L’allenamento era, a grandi linee, così strutturato:
- Riscaldamento e lavoro fisico con Schiavon
- Lavoro di riscaldamento tecnico a coppie e terne
- Lavoro tecnico e globale, più test
Di mattina, il lavoro tecnico e globale è stato suddiviso in una fase sintetica ed in una globale, con accenti sugli attacchi di palla alta, sul muro e sulla difesa. Al pomeriggio, a causa dei numeri, più spazio all’analitico a coppie e terne e al gioco.
Dal punto di vista dei test, abbiamo eseguito:
- Rilevazione dell’altezza
- Rilevazione del reach ad una mano
- Salto con contromovimento al Vertek
- Salto con rincorsa al Vertek
Abbiamo visto dei bei numeri, con anche la soglia di 3.40 metri superata da alcuni ragazzi e, ad occhio, una media attorno ai 3.30 per il gruppo mattutino.
Apro una parentesi dolente: Bologna. Zero giocatori alla mattina, qualcuno al pomeriggio, che non so se riuscirà a passare la selezione. Dove sono i nostri giovani? Sono al basket, sono al calcio. E quelli che sono a pallavolo non sono allenati bene. Torniamo al famoso discorso di gennaio. Ci sarà qualcosa da fare per invertire questa tendenza? Qualcosa di concreto, non qualcosa di banale, come la solita frasetta che tutti conosciamo a memoria, ovvero che alle giovanili ci vogliono gli allenatori bravi. Lo sappiamo già e sappiamo anche già il motivo per cui non ci sono (costano troppo, ci sono pochi progetti seri in giro e così via). C’è qualcosa di concreto che si possa fare? Forse sì, forse qualche idea c’è già in giro. Ma chi sarà ad attuarla? O meglio, ci sarà qualcuno in grado di fare qualcosa? O veramente, tra 5 anni, qui da noi ci sarà solo il femminile?
Chiusa la parentesi. Schiavon ha fatto i complimenti per l’organizzazione. In effetti, non ci siamo fatti mancare proprio niente: due campi in parquet (nel bellissimo palazzetto di Budrio), telecamera con montaggi dei DVD, due portatili, stazione vertek, stazione altezza e reach, trenta palloni ed oltre, una decina di allenatori tra le varie stazioni e l’assistenza in campo, bar dentro la palestra, spaziosa tribuna per visitatori e genitori e tanto altro. Insomma, decisamente tutto molto bello.
E io cosa c’entro in tutto questo? Beh, diciamo che ho avuto l’opportunità di partecipare e non me la sono lasciata sfuggire. Di mattina ho lavorato ad uno dei due portatili per la creazione delle schede dei giocatori, mentre di pomeriggio sono stato più attivo nei campi come assistenza durante le fasi a terne. Veramente molto felice dell’esperienza e, di questo, non posso che ringraziare di cuore lo Zio.
Nessun Commento »
Ieri sera ultima partita di campionato. Racconto un fatto “divertente” che mi è capitato, che mi ha dato modo di conoscere una nuova sfaccettatura del nostro sport.
Saltiamo a muro, tocchiamo la palla, che finisce fuori. L’arbitro non vede e assegna il punto a noi. Il mio giocatore alza la mano e afferma di aver toccato il pallone a muro. L’arbitro, ad ogni modo, non accetta il nostro “mea culpa” e decreta il punto alla nostra squadra. Stessa situazione ripetuta più o meno altre due o tre volte. A scanso di equivoci, preciso che le piccole sviste (in effetti, non troppo evidenti e, se posso permettermi, ininfluenti sul risultato finale) sono state decisamente influenzate da una palestra particolarmente soleggiata e dal fatto di essere da solo.
Ma non sono le sviste la grande scoperta (ebbene no, non critico gli arbitri questa volta!), è il fatto che l’arbitro non abbia modificato la propria decisione. A fine set, sceso dal seggiolone, il giudice di gara è venuto presso la nostra panchina (e poi ha ripetuto lo stesso messaggio ai nostri avversari) a comunicare che: “Se non la vedo io, non posso fidarmi di quel che dite voi“. Un po’ incredulo, la sera stessa ho cercato confronti anche in altri colleghi e amici. Ebbene, ho scoperto proprio quanto segue: non si danno consigli agli arbitri. E se questi, dopo aver decretato il punto, cambiano decisione su consiglio di un giocatore, sbagliano.
Il punto cruciale è presto detto: l’arbitro deve poter mantenere una certa distanza dalla gara, che, come mi è stato spiegato, non è democrazia. I giocatori giocano, gli allenatori allenano, gli arbitri giudicano e decidono. Punto e basta. E’ un aspetto curioso, a cui non avevo proprio mai neanche lontanamente pensato. Non voglio esprimere giudizi: posso comprendere lo spirito della norma, pur non condividendola appieno. L’ho oggi riportata solo perché mi ha incuriosito.
Potrei aver capito male, sia chiaro. Ad ogni modo, la discussione è aperta. Così è, quindi, se vi pare.
7 Commenti »
Questa sera, al corso allenatori, durante una parentesi informale della propria lezione, un docente ci ha domandato quali fossero per noi le caratteristiche di un buon allenatore. Le tre opzioni che sono emerse sono le seguenti:
- Conoscenze
- Motivatore
- Non scendere a compromessi
Ora, preciso subito che l’opzione che ho proposto io è la prima. E ritengo sia veramente quella più importante. Prima di tutto, a mio avviso, un allenatore deve essere competente. Deve sapere ciò che sta macinando.
Le conoscenze sono di vario tipo:
- Tecniche
- Tattiche
- Fisiche
- Psicologiche
Al primo posto pongo anzitutto le conoscenze tecnico-tattiche, che sono indispensabili, a mio avviso, per un buon allenatore. Diceva Galileo, prima la teoria e poi la pratica. Non credo che un buon allenatore possa prescindere dall’avere delle solide basi teoriche alle spalle. Non mi piace quando ai corsi mi dicono: “Meglio un allenatore che sa poche cose, ma le sa applicare tutte, piuttosto che uno che ne sa tante, ma ne sa applicare poche“. Non mi piace perché è vaga e sembra che crei alibi all’ignoranza. Dal mio punto di vista, non dovrebbero nemmeno esistere allenatori che sanno “poche cose”, dove io intendo che sia sottintesa l’espressione “in relazione al livello che allenano”. Certo, se alleno l’Under 12, non è necessario che abbia le stesse conoscenze che hanno in serie A1, ma ci sono cose da cui non posso prescindere. Che senso ha parlare di un allenatore che, allenando un Under12, sappia applicare benissimo il palleggio, ma poi non sappai neanche cosa sia un bagher?
Non so se riesco ad essere chiaro: a mio avviso non dovrebbero esistere allenatori che sanno poche cose. E’ un po’ come dire che, siccome l’ortopedico si occupa di ossa, egli non debba essere a conoscenza di come funzioni l’apparato circolatorio. Vi piacerebbe sapere che il medico che ha in mano il vostro ginocchio, non sa nemmeno la differenza tra vene e arterie? Il discorso dell’applicare i concetti è molto vero (infatti, ogni medico è specializzato in un particolare campo), ma ritengo che sia un fatto che si possa accumulare con l’ingegno, l’esperienza e la passione. Invece, la conoscenza dipende quasi esclusivamente da una forma di studio (non necessariamente sui libri), quindi non è un regalo che si ottiene “grazie al tempo”! Se vuoi svolgere un lavoro con professionalità, devi prima imparare la teoria che lo sovrasta. Assumereste mai, nella vostra officina, un meccanico che sa solo montare e smontare sportelli? Sicuramente preferireste uno con solide basi alle spalle, anche se magari non ancora del tutto pratico nell’attività vera e propria.
Così come il medico ha in mano una vita (perdonate l’analogia un po’ grottesca e inopportuna, è solo per capirsi) e il meccanico un’automobile, allo stesso modo l’allenatore ha in mano le carriere dei suoi giocatori. Non può credere di allenarli a dovere, se non ha le conoscenze per farlo.
Due parole anche sulle altre conoscenze da me citate: le conoscenze fisiche sono un problema serio, perché, allo stato attuale, gli insegnamenti offerti agli allenatori sono miseri e, ahimé, raramente si ha a disposizione un preparatore. Tuttavia, credo che, quanto meno, le basi per evitare di fare danni dovrebbero esserci. Siano esse fornite ai corsi, o dai libri, o da Internet. Sono imprescindibili. Le conoscenze psicologiche, infine, sono quelle relative alla memorizzazione dell’informazione, alla lettura dello stato d’animo del giocatore, alla conoscenza di cosa sia meglio dire e cosa sia meglio non dire in determinati momenti dell’allenamento e/o della gara.
Una precisazione sul terzo punto, il non scendere a compromessi. Non credo possa essere una qualità per un allenatore. Quanto più una caratteristica umana. Nel senso: spesso è necessario scendere a compromessi, con atleti, dirigenti e così via. Rimanegono solo due punti importanti: la coerenza e l’agire con buon senso. Ma, francamente, credo che queste due caratteristiche non siano proprie di un allenatore, quanto più di un qualsiasi individuo che debba dirigere un team di qualsiasi tipo.
Concludendo, secondo me, dalle conoscenze non si prescinde. Puoi essere un gran motivatore, un passionale che trascina i cuori della gente, ma, se non hai conoscenze, non potrai mai essere un allenatore veramente valido. Non parlo né per esperienza, né in modo autobiografico. Semplicemente, essendo io un giovanissimo allenatore ancora in fase di formazione, esprimo il concetto di ciò che io miro: io aspiro a diventare un allenatore anzitutto competente. Poi, se ci sarà anche il resto, ancora meglio.
Detto questo, non intendo dire che un allenatore che non sia un’enciclopedia non debba poter allenare. Altrimenti neanche io dovrei poterlo fare. Le dirette conseguenze di quello che dico sono così riassumibili:
- Bisognerebbe sempre perseguire un miglioramento conoscitivo del proprio sport, senza mai pensare di essere arrivati
- Dovendo stilare una graduatoria dei migliori allenatori, li ordinerei in base alle conoscenze
Spero possa nascere una discussione costruttiva.
5 Commenti »
Recenti vicende mi hanno portato a meditare nuovamente sull’errore nelle giovanili. Sto cercando di elaborare un pensiero, ma non è facile, questa volta. Mi è stato obiettato che tollero troppo l’errore, specialmente in attacco. Allora, non credendomi io il detentore della verità assoluta, mi sono posto il dubbio e ricomincio la meditazione.
Le domande di riferimento per una possibile discussione, sono:
- E’ veramente importante che i giocatori sbaglino poco in attacco?
- Quanto è importante che abbiano alternative non fallose, ma incisive, ai colpi forti (rincorsa, parallela, diagonali, sul muro)?
- Quanto è importante che imparino ad usarle fin dalle giovanili?
- Come si può allenare il tutto? O meglio, come è modulato tempisticamente il lavoro?
- Quando inizia il lavoro in questa direzione?
- Come aiutare l’atleta a decidere quando tirare e quando invece inventarsi un “colpo brasiliano“, intendendo con quest’ultima espressione una qualsiasi palla di furbizia, sia essa un pallonetto, un top spin, una piazzata, una spinta sul muro e così via?
- C’è differenza tra maschile e femminile?
Io ho sempre pensato che, a costo di perdere qualche partita in più, i ragazzi debbano imparare fin da ragazzi a sentire il proprio colpo forte. I colpi lenti sono colpi che, a mio avviso, si devono imparare da piccolini, quando si lavora molto sulla tattica individuale, oppure d’estate, quando si gioca 2vs2 o 3vs3, magari sulla sabbia. C’è da aggiungere che i colpi lenti non sono difficili da imparare, è difficile capire come mascherarli fino all’ultimo. Il colpo d’attacco forte, invece, è molto difficile e richiede, a mio avviso, molto tempo per essere digerito. Ed è proprio per questo che, in ottica futura, io insisto molto di più sul colpo forte, piuttosto che sul colpo lento. La mia filosofia è: “Palla bella si tira, palla brutta non si sbaglia“.
Sono stato un po’ sintetico ed impreciso, me ne rendo conto, ma vorrei che la discussione ripartisse dai commenti di altri allenatori.
4 Commenti »
Ho appena perso una partita 3-0 e l’ho persa semplicemente perché gli altri erano più forti. Quindi, metto le mani avanti da questo punto di vista: la mia osservazione non vuole parare su una eventuale supposizione (che potrebbe sorgere spontanea) che io abbia perso per colpa delle doppie (fischiate male da tutte e due le parti); avrei perso comunque e sempre 3-0, con parziali più o meno simili.
Ora però, io vorrei sapere, con molta serenità, perché ci debba essere tanta ambiguità nel fallo di doppia. E, soprattutto, perché mai gli arbitri si ostinino a fischiare situazioni che non gradiscono, invece di sanzionare un fallo.
E’ assurdo: una palla gira, allora è doppia. Una palla non gira, ma esce dalle mani quadrate di un palleggiatore scarso e non è doppia. E’ insensato. Il mio caso specifico odierno è questo: gioco contro una squadra di almeno una categoria superiore al campionato che disputa, quindi per noi (giovani che facciamo un campionato di serie) ogni difesa è un miracolo. Difendiamo e il Libero alza. La palla parte pulita e con un “buon rumore”, dopo un po’ prende una leggerissima rotazione. Boato dell’avversario e fischio del fallo.
Ora, è matematicamente impossibile che le mani impattino la palla nello stesso preciso istante. E’ impossibile, non vedo come possa accadere che sia colpita nello stesso milionesimo di secondo da ambo le mani, che non sono collegate e, quindi, saranno sempre necessariamente milionesimi di centimetri sfalsate. A rigor di logica, quindi, ogni palleggio è fallo.
La bestialità più grande, a mio avviso, è la tecnica, fasulla e terrificante, che viene insegnata agli arbitri per riconoscere i falli di doppia: “Quando la palla frulla, è doppia“. Non è vero! Non è vero! Questa tecnica è un’approssimazione grossolana e micidiale, perché il fallo di doppia avviene sempre! Gli arbitri devono imparare a guardare le mani dei palleggiatori, non l’effetto che si ha sulla palla. Anche perché non è scritto da alcuna parte del Regolamento, che sia fallo quando “un giocatore effettua un palleggio e la palla esce ruotando attorno ad un proprio asse passante per il centro”.
In più, c’è un’altra bestialità, orribile, che si insegna: “Lasciar giocare i palleggiatori“. L’idea di principio non è sbagliata, ma ha come logica conseguenza che tutti gli altri giocatori vengono massacrati. E questo è ancora più insensato, perché, delle due, sono proprio i palleggiatori a dover saper palleggiare meglio degli altri, visto che ad allenamento fanno praticamente solo quello. Ora, se parte un frullino micidiale ad un palleggiatore, si lascia correre; se al Libero o ad un centrale, che si allena poco nel palleggio (giustamente) parte una palla un minimo sporca, è fallo. E’ assurdo. Anche perché, francamente, le situazioni più difficili sono quelle di ricostruzione e non è affatto automatico che sia il palleggiatore ad effettuare l’alzata di ricostruzione. Anzi, molte volte non sarà lui.
Concludendo:
- L’arbitro deve ravvisare un fallo, non decidere che una palla che non gradisce sia fallo
- Ci vuole un criterio migliore nell’individuazione del fallo
- Ci vuole uniformità di giudizio
- Gli insegnanti degli arbitri dovrebbero smetterla di insegnare “trucchetti” fasulli
Spero che questo scritto possa essere letto, anche in futuro, da qualche arbitro o, ancora meglio, da qualcuno che si occupa della formazione degli arbitri. E che, perché no, provi a spiegare a me, povero giovane allenatore, i motivi per cui vengono insegnate queste cose e le motivazioni che ne stanno alle spalle.
19 Commenti »
Una domanda che mi frulla in mente da ormai molto tempo è il motivo per cui non si parli mai dell’Opposto. O meglio, se ne parla sempre come: “quello che fa lo schiacciatore da zona 2″, oppure, “quello che non sa ricevere, ma è coordinato e tira forte”. Eppure, mentre sugli altri ruoli offensivi riusciamo il più delle volte a descrivere dei modelli tecnici validi e accettati da tutti, sul ruolo dell’opposto mi sembra che le conoscenze siano tutt’ora vaghe.In particolare, ci sono alcune domande che ritengo interessanti:
- Qual è il modello fisico di un opposto?
- Quanto incide l’altezza nella scelta?
- Quanto incide l’elevazione?
- Quanto incide la coordinazione?
- Quanto incide la potenza d’attacco?
- Qual è il modello tecnico di un opposto?
- Quali sono i fondamentali in cui è necessario sia preparato? (questa, forse, è la domanda con risposta più facile, visto che la si deduce dal gioco)
- Quanto incide la capacità di attacco da seconda linea nella scelta?
- Quanto incide la capacità di difesa nella scelta?
- Quanto incide la capacità di appoggio?
- Quanto incide la capacità di muro?
- Da dove parte la rincorsa? Come varia il tutto tra prima e seconda linea?
- Qual è la traiettoria di rincorsa e il conseguente angolo di entrata rispetto alla rete? Come varia il tutto tra prima e seconda linea?
- Qual è l’angolo di caricamento delle gambe? Come varia il tutto tra prima e seconda linea?
- Come viene caricato il braccio? Come varia il tutto tra prima e seconda linea?
- Qual è il tempo di attacco?
- Come si individua un opposto?
- Quali sono le attitudini fisiche da tenere presenti nella scelta di un giovane?
- Quando è il momento di inserire questa specializzazione?
- Fino a che punto va portata avanti?
- Quali sono le attitudini tecniche che inducono la scelta?
- Come si costruisce un opposto?
- Come si insegna l’attacco da posto 2?
- Si mantiene l’attacco da posto 4?
- Come si insegna l’attacco da posto 1?
- Come si insegnano gli spostamenti di gioco di un opposto?
- Come si insegnano i diversi colpi d’attacco?
- Come si allena un opposto?
- Come si modula il lavoro fisico e in che direzione?
- Come si allena l’attacco?
- Si allena l’attacco da Zona 4?
- Come si allena l’attacco da Zona 2?
- Come e quanto si allena l’attacco da Zona 1?
- Si allenano altre combinazioni?
- Quali sono i colpi utili e come si allenano?
- In che percentuale l’allenamento dell’opposto assomiglia a quella dello schiacciatore?
- In che percentuale è possibile allenarli insieme ed in che modo?
- In che percentuale l’allenamento dell’opposto assomiglia a quella del centrale?
- In che percentuale è possibile allenarli insieme ed in che modo?
Provate a leggere questa lista di domande e soffermatevi a pensare su quali veramente siamo in grado di rispondere con precisione. In particolare, vorrei che l’attenzione fosse posta sulle domande che ho segnato in corsivo. Fatemi sapere la vostra, anche in privato, poi dirò la mia.
3 Commenti »
Si considera spesso il metodo globale la pancea di tutti i mali. Normalmente, si schematizzano gli effetti dei diversi tipi di allenamento in questo modo:
- ANALITICO: Correttezza tecnica in situazione standardizzata
- SINTETICO: Correttezza tecnica in situazioni di media variabilità
- GLOBALE: Applicazione delle tecniche apprese in gioco
A questi si affiancano direttamente alcuni esempi:
- Una squadra che salta l’analitico, giochicchia a casaccio e può vincere solo contro squadre tecnicamente mediocri come lei
- Una squadra che salta il sintetico, fa bene i gesti tecnici a secco, giochicchia, ma in gioco non riesce ad applicare le tecniche apprese con l’analitico
- Una squadra che salta il globale, ha ottimi giocatori da laboratorio, ma che non riescono ad applicare le tecniche apprese alle miriadi di situazioni differenti che si presentano in gioco
Sussiste, a mio avviso, un secondo problema, da non sottovalutare: il problema della continuità. Mentre tutti parlano e riparlano del problema delle ripetizioni, che è il vero motivo d’essere dell’esercitazione sintetica, nessuno pone mai l’accento su questo aspetto.

Con il termine continuità si intende la caratteristica per cui la palla è in gioco per una quantità di tempo “sufficiente”, compatibile con il livello da allenare, ed è condizione necessaria affinché sia possibile garantire un allenamento tecnico insito all’allenamento globale.
Ora, prendiamo una squadra U14, maschile o femminile, con poca esperienza alle spalle. Diamo loro una palla e diciamo di giocare. Prima battuta a rete. Seconda battuta, ace. Terza battuta, ace. Finalmente si riceve, l’alzatore alza impreciso, attacco a rete. E’ chiaro a tutti, spero, che questo è profondamente disallenante. Badate che non ho detto “non allenante”, ho proprio utilizzato il termine disallenante. Perché allenarsi male non porta solo ad un mancato miglioramento, quanto addirittura ad un peggioramento.
Ritengo sia importante modulare le tipologie di esercitazioni anche e soprattutto in base al livello a cui si lavora. Ma non solo. E’ necessario che il globale non sia visto come “gioco libero”, ma come “esercitazione 6 contro 6“: invece di fare azioni complete, si può pensare di far partire il gioco da un appoggio su battuta facile da sotto dell’allenatore, oppure partire con un attacco su lancio dell’allenatore, da un’alzata e così via. E’ necessario creare i presupposti per creare delle azioni che siano veramente allenanti per il nostro gruppo.
Ecco, di seguito, solo alcuni esempi di esercitazioni, legate all’allenamento di un fondamentale, per squadre di livello medio-basso, quindi non in grado di allenarsi specificatamente su un determinato fondamentale, partendo da un’azione completa:
- Allenamento della ricezione: la battuta sbagliata non comporta punto a chi riceve, ma la possibilità di giocare una free ball dell’allenatore.
- Allenamento dell’attacco: la palla è lanciata precisa dall’allenatore direttamente all’alzatore.
- Allenamento della difesa: la palla è attaccata dall’allenatore sulla difesa, oppure lanciata ad un attaccante.
- Allenamento della ricostruzione: free ball alla squadra avversaria, che ha solo 2 tocchi per giocarla (distinzione tra effettiva free ball e palla difficile).
Se il livello è medio, si può pensare di giocare le partite “a conferma“: si gioca un’azione normale, che determina solo il servizio successivo, mentre il punto va guadagnato con una seconda palla vincente, diversa a seconda del tipo di allenamento (vedere sopra). Ad ogni modo, non è affatto detto (anzi, quasi mai è vero) che il puro e semplice gioco libero sia allenante.
Punto cruciale per il successo di un’esercitazione globale è la definizione del sistema di punteggio, che deve essere:
- Realistico
- Centrato sull’obiettivo tecnico dell’allenamento
- Equilibrato
Il termine equilibrato merita una maggiore spiegazione: infatti, normalmente, il globale viene svolto titolari contro riserve. Questo è motivato dal fatto di poter creare dei meccanismi e degli automatismi all’interno della squadra titolare, per non dover improvvisare nulla il giorno della gara. Per poter giocare in modo efficace, tuttavia, è necessario che per le riserve non si tratti di una “missione impossibile”, ma che la gara si mantenga equilibrata sempre. Per nostra sfortuna, è impossibile delineare delle regole per la definizione del punteggio, poiché esse dipendono interamente dal livello della propria squadra e dallo scostamento tra titolari e riserve.Altra considerazione interessante è il lavoro a rotazioni bloccate. Più che fare un set 25 punti, con rotazione normale, è invece più utile lavorare con le squadre ferme in una determinata rotazione, con la disputa di un set più breve, ad esempio dal 20-20 al 25. In questo modo si ripetono costantemente situazioni di gioco simili.
Altro stratagemma che ho sperimentato con buoni risultati è la ripetizione dell’errore tecnico. Con questo intendo che, quando un’azione nasce e si conclude malamente, possiamo far ripetere un gesto tecnico al giocatore che l’ha errato, per fargli correggere immediatamente l’errore. Un punto delicato: dobbiamo far ripetere solo le azioni sbagliate per errore tecnico e non per limite tecnico! Per chiarire, due esempi:
- Difesa del palleggiatore, il centrale scende tardi da muro e non riesce ad alzare
- Sempre nella stessa situazione, il centrale alza in ritardo e commette fallo di doppia
- Un attaccante vuole provare un colpo sulla parallela e lo sbaglia
Nei primi due casi, siamo nella sfera dell’errore tecnico. Ricreare situazioni analoghe è molto semplice: l’allenatore si mette in Zona 1 con il carrello, il centrale a muro, l’allenatore batte sulla palla e lancia alto, per l’alzata. Se il problema è il fallo di doppia, l’allenatore può addirittura porsi in Zona 4 e lanciare sparso per il campo al centrale. In questo caso l’errore si corregge immediatamente, con 4-5 ripetizioni (massimo 10, solitamente) si riescono ad ottenere almeno due ripetizioni corrette.
Il terzo caso, invece, è più delicato: se il giocatore non possiede il colpo il parallela (nel senso che ancora non fa parte del suo bagaglio tecnico) è inutile fargli provare 10 palloni durante la fase globale, facendo perdere tempo a tutti. Per incrementare il bagaglio tecnico, dobbiamo concentrarci sul lavoro analitico e sintetico, non su quello globale!
Oltretutto, nella fase globale è necessario tenere alto sia il morale che la concentrazione. Far lavorare un giocatore su un colpo che “non possiede”, per tante ripetizioni, può causare tanti errori consecutivi, che generano problemi psicologici non indifferenti. Pensate infatti a come reagireste nel caso in cui, pur continuando a provare, il giocatore non riesca a tirare questo particolare colpo sulla parallela: potreste lasciar perdere, facendo sentire l’atleta un incapace, potreste fare in modo che il lancio sia così perfetto che sia molto più facile tirare il colpo, potreste anche accontentarvi di un risultato mediocre. Ad ogni modo, avreste ottenuto il risultato di abbattere moralmente il giocatore, ponendolo negativamente al centro dell’attenzione. E’ importante ragionare su questi aspetti, quando si lavora sul globale.
Per finire, due parole sulla modulazione tempistica delle diverse tipologie di allenamento. Ritengo che, a livello giovanile, la parte analitica e sintetica debba occupare almeno il 60%-70% del lavoro tecnico, lasciando al globale un 30%-40% del tempo. Questo perché, a mio avviso, per poter giocare è necessario prima imparare a farlo. Per imparare a costruire i palazzi, prima si fanno studi di architettura, poi con l’esperienza si diventerà dei veri maestri. Però non possiamo prescindere dalla fase di apprendimento. Il globale ci aiuta ad affinare ed applicare le capacità tecniche, apprese però con esercitazioni mirate e specifiche. Bisogna sempre tener presente, infatti, che il metodo globale raramente consente di avere alte ripetizioni di gesti tecnici standardizzati, per tutti i giocatori.

Al crescere del livello, invece, quando la tecnica è ormai affiinata, è logico che la tempistica sarà molto più sbilanciata verso il globale. Ma questo non è oggetto del mio scritto odierno.
Nessun Commento »
La gestione del Time Out mi interessa molto. Se pensiamo all’alto livello, di norma pensiamo ad un utilizzo altamente specializzato, ovvero:
- Richiamo su punti fondamentali della strategia di gara
- Cambiamenti tattici di gara
- Consigli tattici (del tipo, il giocatore X sta giocando male, battiamogli contro)
L’aspetto più interessante è invece sul basso livello, in particolare sul giovanile, dove:
- Di norma, fornire indicazioni tattiche troppo specifiche (es. tirare sulla parallela) non è così attuabile (la ricezione non è costante, la stessa alzata non è costante, e anche l’attacco non è sempre preciso)
- Di norma, apportare correzioni tattiche in gara porta più guai che veri vantaggi
- Anche per gli avversari, la tattica di squadra è adottata in modo piuttosto grossolano e, quindi, è aggiunto un effetto “imprevedibilità” non facilmente gestibile
Ad esempio, in una partita giovanile (cerchiamo di specificare, ci riferiamo a livelli medi di U16) non è semplice dire: “Mura la parallela, perché tirano lì”. Infatti:
- Non è assolutamente detto che, anche se la nostra previsione tattica fosse corretta, l’avversario abbia le capacità di attuare veramente questo colpo con incisività
- Non è dato per scontato che il muro non rispetti l’indicazione (anche se, questo, è più vero quando si chiede di murare la diagonale)
Resta quindi da capire quale sia la vera utilità dei time out in una squadra giovanile. Sicuramente, uno dei motivi più in voga è quello di limitare un break negativo che si sta subendo in ricezione. Infatti, anche se il giocatore avversario fosse molto costante, sicuramente dopo il time out tenderebbe a non forzare la prima battuta, dandoci la possibilità di costruire il gioco in maniera più agevole.
Un utilizzo molto diffuso, che francamente non condivido e cerco di limitare, è quello del chiamare time out per caricare i giocatori, che magari stanno prendendo molti punti senza sorreggersi a vicenda, senza esultare quando fanno punto e così via. Non solo perché non è necessario, ma forse perché è anche dannoso. I ragazzi devono imparare che lo sport di squadra ha dei meccanismi per cui aiutarsi a vicenda non solo è importante, quanto fondamentale.
Allora un buon time-out può servire per riprendere fiato, per organizzare meglio uno schema difensivo, magari apportando un cambio di posizione, magari escludendo qualcuno dalla ricezione, magari suggerendo un pallonetto in una specifica zona del campo.
In linea generale, gli aspetti che ritengo importanti nella gestione di un time-out giovanile sono questi:
- Sfruttare il time-out solo per aggiustamenti tattici o per piccoli richiami tecnici
- Se ritenuto necessario, non esitare a chiamare il time-out (dopo potrebbe essere tardi)
- Non chiamare time-out se non si ha nulla da dire o da ottenere
- Chiamare time-out per spezzare un break positivo avversario in battuta
- Non chiamare time-out se si ritiene che il break negativo dipenda solo dalla propria squadra e non da meriti avversari
L’ultimo piccolo appunto che vorrei fare, più generale sulla gestione della gara che del time-out, riguarda le correzioni tecniche. Ritengo totalmente sbagliato stare a perdere tempo su correzioni tecniche troppo elevate, durante una gara. Questo è valido a tutti i livelli, per il semplice fatto che, pur essendo la gara pallavolistica uno stimolo allenante, non è semplice, dal punto di vista mentale, concentrarsi sul gioco se si deve pensare al proprio corpo. In altre parole, durante la gara il focus dei giocatori è, e deve restare, sulla palla, non sulle proprie posture e sui propri movimenti. Certo, questo non vuol dire annotare tutto, segnalare e poi lavorare in allenamento. Vuol dire semplicemente di non cercare aggiustamenti tecnici non già provati ad allenamento, perché tanto non porterebbero ad alcun beneficio.
3 Commenti »
|