Archivio per la Categoria Giovanili
Di recente sto assistendo ad alcuni allenamenti di un gruppo Under 14 maschile. Ho visto un paio di ragazzini veramente bravi. Tuttavia, siccome non ho alcun modello di confronto a livello nazionale (mentre per gli U16 “ho” il Trofeo delle Regioni e per l’U18 le Finali Nazionali di giugno), mi è venuto da pormi la seguente domanda: “Quali sono gli elementi che ci fanno individuare un talento?.
Badate, la domanda può apparire in fondo banale e con puri scopi di curiosità, ma è tutt’altro che così. Dobbiamo sempre tener presente che uno degli obiettivi fondamentali per un allenatore giovanile è favorire l’esplosione del talento. Detto in termini brutali, se ho tra le mani un potenziale giocatore di serie A, devo fare del mio meglio per farcelo arrivare. E se non ho i mezzi per farlo (mezzi tecnici, ma anche fisici, come l’assenza di un gruppo valido con cui farlo allenare per sufficiente tempo), credo sia importante creargli qualche possibilità con società più blasonate.
In Under 14, secondo me, c’è un problema da non trascurare, almeno a livello maschile: lo sviluppo dell’atleta è appena all’inizio. Sia dal punto di vista fisico, che da quello tecnico. Nella mia Bologna, infatti, è raro vedere in queste realtà giocatori con già alcuni anni di esperienza alle spalle. E’ invece più normale creare gruppi completamente nuovi. Fatta questa premessa, è facile arrivare al vero fulcro del mio problema: “Il ragazzino che io giudico bravo, è un talento o risulta semplicemente bravo perché nella sua squadra è il più bravo?“.
Di recente, ho letto una frase di Davide Mazzanti (vice allenatore di Lorenzo Micelli a Bergamo in A1F), in cui citava appunto la ricerca del talento, che mi ha colpito e ritengo sia da riportare:
“[…] A livello giovanile il talento non è nascosto nel fare bene 8 cose su 10, ma nel riuscire a fare una volta su dieci una cosa eccezionale… Sarai tu, con l’allenamento, a trasformare il suo talento in rendimento: buon lavoro!“
(Davide Mazzanti, vice allenatore Volley Bergamo A1F)
Partendo da questa affermazione, che ritengo più che condivisibile, vorrei lasciare i miei lettori con alcune domande, sperando che il caso in questione possa risultare di interesse ed aprire il dibattito sulla ricerca del talento:
- In U14M, quanto è importante l’aspetto fisico?
- Qual è l’altezza media di un gruppo U14M di alto livello?
- Quali sono i fattori che ci possono aiutare in una previsione grezza della crescita dell’atleta (esempio: altezza dei genitori)?
- In U14M, quanto è importante l’aspetto tecnico?
- Quanto è importante il servizio dall’alto? E’ necessario il servizio in salto?
- Quanto è importante l’attacco da zona 4/2? Meglio precisione o potenza?
- Quanto è importante il bagher d’appoggio e ricezione?
- Quanto è importante il muro?
- Quanto è importante il palleggio d’alzata?
- In U14M, quanto è importante l’aspetto psicologico?
- In U14M, quanto è impostante l’aspetto tattico?
- Quali sono i gesti tecnici “tipici” che il talento riesce ad eseguire correttamente una volta su dieci in maniera eccezionale?
In altre parole, qual è il giusto mix per riconoscere un talento?
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Scrivo questo articolo perché ho cambiato parere riguardo ad una questione tecnica e, come diretta conseguenza, sono portato ad analizzare e criticare alcune mie scelte personali passate. L’argomento di discussione parte da una semplice domanda: “Quando ed in che modo è importante iniziare il lavoro sul muro con una squadra giovanile?“.
Ho sempre creduto che il muro fosse una questione, se così si può dire, di priorità inferiore rispetto ad altri fondamentali, quali possono essere la ricezione, l’alzata o l’attacco. Qualche anno fa, lavorando un gruppo U16 di livello francamente bassino, ho volutamente ridotto il lavoro su questo fondamentale, sia come lavoro di muro esterno che come muro dopo traslocazione per i centrali. Addirittura, ho completamente tralasciato il lavoro di traslocazione per i giocatori laterali.
Mi capita ora però di vedere alcuni atleti, anche più evoluti, avere problemi abbastanza vistosi in questo fondamentale, sia da fermi che, soprattutto, dopo una traslocazione verso l’esterno. Il muro a lettura, in più, è spesso difficoltoso, non tanto come capacità di analisi, quanto proprio come tecnica. Discutendo con bravi giocatori in questo fondamentale e con alcuni allenatori, mi è venuto da concludere che l’impostazione del muro debba essere data quanto prima.
Ora, dobbiamo premettere che rimango fermamente convinto che alcuni accorgimenti si possano applicare solo quando il livello di gioco, della propria squadra e/o del proprio campionato, lo permetta. In particolare:
- E’ inutile inserire il muro in lettura se nessuno gioca primo tempo
- E’ inutile (anche rischioso in quanto a dinamiche di gioco) inserire il concetto di assistenza se nessuna squadra gioca primo tempo efficace
- E’ inutile inserire il concetto di muro in parallela o diagonale se le direzioni d’attacco sono assolutamente scontate
- Il muro rimane comunque un lavoro cui dedicare, a mio avviso, meno tempo rispetto ad altri aspetti tecnici prioritari per le varie fasce d’età (si legga, tra gli altri, il materiale di Paolini per maggiori informazioni)
Ritengo altresì che ci siano alcune basi tecniche che debbano essere inserite quanto prima, proprio per facilitare la crescita tecnica dei propri atleti. In particolare, ci sono tre aspetti che credo vadano considerati basilari, anche per un gruppo molto giovane:
- L’uscita delle mani oltre la rete (e il conseguente orientamento del piano di rimbalzo)
- Il tempo di salto
- La posizione di muro
L’uscita delle mani oltre la rete consiste nel fatto di piazzare le mani direttamente nell’altro campo (impostazione di muro invadente), con le braccia già orientate verso il centro del campo avversario, le dita aperte e le braccia come proseguimento del corpo, senza oscillazioni. Da segnalare anche l’importanza della discesa a gomiti stretti, per evitare colpi con eventuali compagni di fianco. Il problema delle “mani lanciate“, ossia spostate quando sono già oltre la rete, è abbastanza evidente nelle serie minori ed è una delle cause principali del mani-out. Riassumendo, credo che i punti principali da considerare in questo caso siano:
- Le braccia coprono il cilindro del corpo (non fuori)
- Le mani invadono direttamente il campo avversario (non prima in alto e poi in avanti)
- Le braccia escono da rete già con la giusta orientazione (nessun movimento durante il volo)
- Le dita aperte fin dall’uscita da rete (non chiuse)
- Posizionamento del pollice non in fuori (prevenzione traumi)
- Discesa a gomiti stretti (prevenzione traumi)
Il problema del tempo di salto è un altro grande classico, cui spesso non si fa molto caso, ma che, se analizzato con attenzione, è una lacuna di tantissimi giocatori. L’effetto indesiderato è quello di saltare insieme all’avversario (parliamo di attacco esterno) e, conseguentemente, murare in fase di discesa, o addirittura non riuscire a murare (e credere poi che “ci siano passati sopra“). I riferimenti che possiamo dare ai nostri giocatori sono innumerevoli, quello con cui io mi sono trovato meglio è questo: saltare quando l’avversario apre la spalla per colpire. Chiaramente, questo riferimento è riferito ad un attacco di prima linea eseguito con “tecniche abbastanza standard”: dobbiamo infatti tenere presente che ogni attaccante ha un proprio tempo del braccio in attacco e, conseguentemente, deve corrispondergli un corretto tempo di muro.
A proposito di tempo di salto, c’è un altro punto che vorrei portare all’attenzione di tutti e su cui sto cercando di documentarmi. Parlo del caricamento delle gambe e del rispettivo tempo. Così come per l’attacco diamo un riferimento sulla rincorsa (ad esempio, sul secondo tempo diciamo qualcosa di simile a “parti con destro - sinistro quando il palleggiatore tocca la palla”), per il muro dovremmo trovare un riferimento per il caricamento. Infatti, si vedono atleti molto differenti in quanto a caricamento delle gambe e, di conseguenza, il riferimento generale di saltare al caricamento della spalla non può essere universale neppure dal punto di vista interno (ossia riferito a chi mura).
Riguardo alla posizione di muro, anche questo aspetto è spesso trascurato, sia come distanza da rete, che come posizionamento di fronte all’attaccante. Esistono alcuni riferimenti che possiamo dare ai nostri giocatori, che riporto di seguito. In maniera sintetica possiamo dire che:
- La distanza da rete è misurabile con il gomito (distanza gomito - spalla o gomito - pugno)
- Dobbiamo posizionarci in modo da avere il nostro sterno davanti alla spalla che attacca (muro sulla rincorsa)
La tappa successiva è quella di eseguire ogni lavoro di muro dopo una piccola traslocazione, che può partire anche da un semplice passo accostato. All’inizio il focus non sarà tanto sulla tecnica di spostamento, quando sulla posizione di arrivo e sulla corretta esecuzione dei punti sopra descritti. Con il crescere dell’età degli atleti e degli obiettivi di squadra, chiaramente, alcune tecniche andranno leggermente riviste, in base al proprio gioco ed alla naturale progressione tecnica. Parlo, ad esempio, del muro in lettura, del muro dal centro e dai vari posizionamenti nei muri esterni.
Dopo aver parlato del “cosa“, cerchiamo ora di analizzare il “quando“. C’è un grosso scoglio da superare, ovvero la gestione dell’atleta che non supera la rete. In questo caso ci sono due scuole di pensiero:
- Non lavorare sul muro finché buona parte della squadra non è in grado di uscire minimamente da rete
- Impostare ugualmente il lavoro sul muro, anche se il giocatore non esce da rete
E, di seguito, alcune considerazioni a favore di una o l’altra tesi:
- Un atleta basso può crescere e, se avrà già svolto un lavoro analitico, potrà essere notevolmente avvantaggiato
- Con alcuni accorgimenti, alcuni esercizi si possono fare anche con giocatori bassi (muro da una sedia senza salto, rete bassa eccetera)
- Un atleta basso è inutile a muro e potrebbe allenarsi in gesti a lui più utili
- Un atleta basso considera inutile lavorare sul muro e non è motivato
- Se non faccio lavorare un atleta sul muro, è insensato farglielo fare in gara, ma questo comporta l’utilizzo di schemi abbastanza complessi e poco standardizzabili
Non credo si possano dare riferimenti assoluti in questo senso. Personalmente, ad oggi, penso che nel momento in cui l’atleta riesca ad uscire anche con una falange, sia ora di iniziare il lavoro, se non lo si ha già fatto. A parte questo rimango sempre fedele al principio secondo cui non esistono regole standard, ogni squadra è formata da persone completamente diverse tra loro e diverse da quelle delle altre squadre, pertanto ogni allenatore dovrà essere bravo a capire cosa sia giusto per il proprio gruppo e cosa invece sarà rimandabile ad un successivo momento. Ciò che mi sento di dire (e di auto - criticarmi guardandomi indietro) è tuttavia che penso sia importante iniziare un buon lavoro di muro anche con gli atleti più giovani e non, banalmente, decidere di trascurare questo fondamentale in favore di altri.
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Definiamo esercizio propedeutico un esercizio che ci avvicini all’esecuzione di un gesto tecnico. Di per sé il movimento non è quello finale, ma ci assomiglia. Il problema che vorrei affrontare oggi, su cui vorrei aprire un dibattito, è il seguente: quanto deve essere somigliante un propedeutico al gesto tecnico reale?
Non avendo mai allenato né un MiniVolley né un Under 14 (o più in basso), non mi sono mai trovato di fronte al problema di affrontare con meticolosità tutta la serie di propedeutici necessari per far famigliarizzare un bambino con i gesti di base del nostro sport (palleggio e bagher d’appoggio, schiacciata…). Tuttavia, nei giorni scorsi ho visto alcuni allenamenti di ragazzini piccoli e ho visto eseguire alcuni propedeutici che ritengo un po’ avventati.
Un esempio su tutti, propedeutico al palleggio: “Lancio la palla, corro sotto, la blocco a braccia distese, poi piego alla fronte e lancio”. A mio avviso questo propedeutico è sbagliato. E’ sbagliato perché mi dà l’idea che si cerchi di fissare nel giovane atleta il concetto che per palleggiare dobbiamo portarci sotto la palla con le braccia distese e poi fletterle, salvo poi distenderle nuovamente. Capiamo bene che questo non ricalca la realtà, poiché il palleggio non si esegue in tre tempi distinti (preparazione - flessione - distensione), ma con il solo blocco preparazione - distensione. Ricordo, anzi, molto bene, il lavoro estivo con alcune atlete che avevano appunto il problema di rallentare l’esecuzione del palleggio, inserendo movimenti extra e superflui tra la fase di preparazione e quella di distensione.
Mi domando allora in base a cosa dobbiamo scegliere i propedeutici, cercando di raggiungere questo duplice obiettivo:
- Lavorare analiticamente su una parte del gesto tecnico da insegnare
- Non creare presupposti per il fissaggio di meccanismi errati
A mio avviso, prima di inserire un esercizio in una nostra progressione, dobbiamo eseguire lo sforzo di ripercorrere le varie tappe del gesto tecnico finale dal punto di vista della teoria. In seguito, passeremo ad analizzare con razionalità il nostro esercizio, per capirne pregi e difetti. Una volta sicuri, lo proporremo in palestra. Chiaramente, non dobbiamo dimenticare tutta quella serie di buone regole per la creazione di esercizi, che riguardano quindi la possibilità di correggere, l’elevato numero di ripetizioni, il divertimento e quant’altro, accettando però qualche compromesso nelle primissime fasi, in favore della possibilità di correggere il maggior numero di bambini. Riassumendo:
- Ripasso teorico del gesto tecnico finale
- Analisi dell’analogia del propedeutico con un frammento di gesto tecnico
- Assenza di possibilità di fissaggio di meccanismi errati
- Confronto dell’esercizio con i criteri di creazione di buoni esercizi
- Esecuzione pratica in palestra
L’esercizio prima proposto ha anche un secondo problema: è troppo difficile per atleti che non hanno mai giocato a pallavolo. E’ difficile perché, se ci si pensa, presuppone la conoscenza dei seguenti schemi motori:
- Lancio della palla
- Spostamento
- Posizionamento
- Esecuzione del gsto
Se noi dobbiamo insegnare il gesto tecnico, dobbiamo anzitutto isolarlo. Se invece inseriamo anche le altre tre fasi, è logico aspettarsi errori di lancio, errori di spostamento, errori di piazzamento e quant’altro. Conclusione: esisterà una elevata quantità di ripetizioni in cui il vero errore non è nel gesto tecnico, ma nelle fasi precedenti!
Per concludere con un po’ di completezza, penso che una valida alternativa all’esercizio proposto fosse quella di bloccare la palla con le braccia già cariche, sopra la fronte, per poi effettuare solo la spinta. Riguardo allo spostamento, credo che questo sia una fase già successiva, da utilizzare dopo altri propedeutici più semplici. Ad esempio, io partirei con lavoro con lancio dell’allenatore preciso al bambino, bloccaggio alto e spinta. In seguito si passa al lancio preciso (quanto possibile) del compagno, poi al lancio spostato e così via. Ma, prima di tutto, sarà importante fissare il corretto gesto tecnico.
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Quest’oggi ho avuto l’onore ed il piacere di collaborare con lo Staff del Regional Day dell’Emilia Romagna. Per chi non lo sapesse, si tratta di una giornata intera di volley giovanile (maschile), i cui allenamenti sono gestiti dallo Staff Nazionale, nella fattispecie da Gigi Schiavon (allenatore della Nazionale Juniores) e dal suo vice Luca Cantagalli. Il tutto coordinato dallo staff del regionale, ossia lo Zio (chi è di Bologna sa bene di chi sto parlando) e Luca.
Sfrutto queste due righe come fossero un blog, per raccontare le procedure di selezione e l’organizzazione della giornata, che possono comunque essere molto interessanti.
Anzitutto, la divisione per annate: la mattina (9.3o-12.30) gli 89-90-91, il pomeriggio (15.30-18.30) i 92-93-94. I primi con requisiti piuttosto restrittivi (1.95 di altezza, oppure selezioni regionali in passato, oppure campionati di livello nazionale in carriera), mentre i secondi, chiaramente, un po’ più elastici (forse anche troppo). Conclusione: 20 ragazzi alla mattina e ben 35 al pomeriggio.
L’allenamento era, a grandi linee, così strutturato:
- Riscaldamento e lavoro fisico con Schiavon
- Lavoro di riscaldamento tecnico a coppie e terne
- Lavoro tecnico e globale, più test
Di mattina, il lavoro tecnico e globale è stato suddiviso in una fase sintetica ed in una globale, con accenti sugli attacchi di palla alta, sul muro e sulla difesa. Al pomeriggio, a causa dei numeri, più spazio all’analitico a coppie e terne e al gioco.
Dal punto di vista dei test, abbiamo eseguito:
- Rilevazione dell’altezza
- Rilevazione del reach ad una mano
- Salto con contromovimento al Vertek
- Salto con rincorsa al Vertek
Abbiamo visto dei bei numeri, con anche la soglia di 3.40 metri superata da alcuni ragazzi e, ad occhio, una media attorno ai 3.30 per il gruppo mattutino.
Apro una parentesi dolente: Bologna. Zero giocatori alla mattina, qualcuno al pomeriggio, che non so se riuscirà a passare la selezione. Dove sono i nostri giovani? Sono al basket, sono al calcio. E quelli che sono a pallavolo non sono allenati bene. Torniamo al famoso discorso di gennaio. Ci sarà qualcosa da fare per invertire questa tendenza? Qualcosa di concreto, non qualcosa di banale, come la solita frasetta che tutti conosciamo a memoria, ovvero che alle giovanili ci vogliono gli allenatori bravi. Lo sappiamo già e sappiamo anche già il motivo per cui non ci sono (costano troppo, ci sono pochi progetti seri in giro e così via). C’è qualcosa di concreto che si possa fare? Forse sì, forse qualche idea c’è già in giro. Ma chi sarà ad attuarla? O meglio, ci sarà qualcuno in grado di fare qualcosa? O veramente, tra 5 anni, qui da noi ci sarà solo il femminile?
Chiusa la parentesi. Schiavon ha fatto i complimenti per l’organizzazione. In effetti, non ci siamo fatti mancare proprio niente: due campi in parquet (nel bellissimo palazzetto di Budrio), telecamera con montaggi dei DVD, due portatili, stazione vertek, stazione altezza e reach, trenta palloni ed oltre, una decina di allenatori tra le varie stazioni e l’assistenza in campo, bar dentro la palestra, spaziosa tribuna per visitatori e genitori e tanto altro. Insomma, decisamente tutto molto bello.
E io cosa c’entro in tutto questo? Beh, diciamo che ho avuto l’opportunità di partecipare e non me la sono lasciata sfuggire. Di mattina ho lavorato ad uno dei due portatili per la creazione delle schede dei giocatori, mentre di pomeriggio sono stato più attivo nei campi come assistenza durante le fasi a terne. Veramente molto felice dell’esperienza e, di questo, non posso che ringraziare di cuore lo Zio.
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Recenti vicende mi hanno portato a meditare nuovamente sull’errore nelle giovanili. Sto cercando di elaborare un pensiero, ma non è facile, questa volta. Mi è stato obiettato che tollero troppo l’errore, specialmente in attacco. Allora, non credendomi io il detentore della verità assoluta, mi sono posto il dubbio e ricomincio la meditazione.
Le domande di riferimento per una possibile discussione, sono:
- E’ veramente importante che i giocatori sbaglino poco in attacco?
- Quanto è importante che abbiano alternative non fallose, ma incisive, ai colpi forti (rincorsa, parallela, diagonali, sul muro)?
- Quanto è importante che imparino ad usarle fin dalle giovanili?
- Come si può allenare il tutto? O meglio, come è modulato tempisticamente il lavoro?
- Quando inizia il lavoro in questa direzione?
- Come aiutare l’atleta a decidere quando tirare e quando invece inventarsi un “colpo brasiliano“, intendendo con quest’ultima espressione una qualsiasi palla di furbizia, sia essa un pallonetto, un top spin, una piazzata, una spinta sul muro e così via?
- C’è differenza tra maschile e femminile?
Io ho sempre pensato che, a costo di perdere qualche partita in più, i ragazzi debbano imparare fin da ragazzi a sentire il proprio colpo forte. I colpi lenti sono colpi che, a mio avviso, si devono imparare da piccolini, quando si lavora molto sulla tattica individuale, oppure d’estate, quando si gioca 2vs2 o 3vs3, magari sulla sabbia. C’è da aggiungere che i colpi lenti non sono difficili da imparare, è difficile capire come mascherarli fino all’ultimo. Il colpo d’attacco forte, invece, è molto difficile e richiede, a mio avviso, molto tempo per essere digerito. Ed è proprio per questo che, in ottica futura, io insisto molto di più sul colpo forte, piuttosto che sul colpo lento. La mia filosofia è: “Palla bella si tira, palla brutta non si sbaglia“.
Sono stato un po’ sintetico ed impreciso, me ne rendo conto, ma vorrei che la discussione ripartisse dai commenti di altri allenatori.
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Si considera spesso il metodo globale la pancea di tutti i mali. Normalmente, si schematizzano gli effetti dei diversi tipi di allenamento in questo modo:
- ANALITICO: Correttezza tecnica in situazione standardizzata
- SINTETICO: Correttezza tecnica in situazioni di media variabilità
- GLOBALE: Applicazione delle tecniche apprese in gioco
A questi si affiancano direttamente alcuni esempi:
- Una squadra che salta l’analitico, giochicchia a casaccio e può vincere solo contro squadre tecnicamente mediocri come lei
- Una squadra che salta il sintetico, fa bene i gesti tecnici a secco, giochicchia, ma in gioco non riesce ad applicare le tecniche apprese con l’analitico
- Una squadra che salta il globale, ha ottimi giocatori da laboratorio, ma che non riescono ad applicare le tecniche apprese alle miriadi di situazioni differenti che si presentano in gioco
Sussiste, a mio avviso, un secondo problema, da non sottovalutare: il problema della continuità. Mentre tutti parlano e riparlano del problema delle ripetizioni, che è il vero motivo d’essere dell’esercitazione sintetica, nessuno pone mai l’accento su questo aspetto.

Con il termine continuità si intende la caratteristica per cui la palla è in gioco per una quantità di tempo “sufficiente”, compatibile con il livello da allenare, ed è condizione necessaria affinché sia possibile garantire un allenamento tecnico insito all’allenamento globale.
Ora, prendiamo una squadra U14, maschile o femminile, con poca esperienza alle spalle. Diamo loro una palla e diciamo di giocare. Prima battuta a rete. Seconda battuta, ace. Terza battuta, ace. Finalmente si riceve, l’alzatore alza impreciso, attacco a rete. E’ chiaro a tutti, spero, che questo è profondamente disallenante. Badate che non ho detto “non allenante”, ho proprio utilizzato il termine disallenante. Perché allenarsi male non porta solo ad un mancato miglioramento, quanto addirittura ad un peggioramento.
Ritengo sia importante modulare le tipologie di esercitazioni anche e soprattutto in base al livello a cui si lavora. Ma non solo. E’ necessario che il globale non sia visto come “gioco libero”, ma come “esercitazione 6 contro 6“: invece di fare azioni complete, si può pensare di far partire il gioco da un appoggio su battuta facile da sotto dell’allenatore, oppure partire con un attacco su lancio dell’allenatore, da un’alzata e così via. E’ necessario creare i presupposti per creare delle azioni che siano veramente allenanti per il nostro gruppo.
Ecco, di seguito, solo alcuni esempi di esercitazioni, legate all’allenamento di un fondamentale, per squadre di livello medio-basso, quindi non in grado di allenarsi specificatamente su un determinato fondamentale, partendo da un’azione completa:
- Allenamento della ricezione: la battuta sbagliata non comporta punto a chi riceve, ma la possibilità di giocare una free ball dell’allenatore.
- Allenamento dell’attacco: la palla è lanciata precisa dall’allenatore direttamente all’alzatore.
- Allenamento della difesa: la palla è attaccata dall’allenatore sulla difesa, oppure lanciata ad un attaccante.
- Allenamento della ricostruzione: free ball alla squadra avversaria, che ha solo 2 tocchi per giocarla (distinzione tra effettiva free ball e palla difficile).
Se il livello è medio, si può pensare di giocare le partite “a conferma“: si gioca un’azione normale, che determina solo il servizio successivo, mentre il punto va guadagnato con una seconda palla vincente, diversa a seconda del tipo di allenamento (vedere sopra). Ad ogni modo, non è affatto detto (anzi, quasi mai è vero) che il puro e semplice gioco libero sia allenante.
Punto cruciale per il successo di un’esercitazione globale è la definizione del sistema di punteggio, che deve essere:
- Realistico
- Centrato sull’obiettivo tecnico dell’allenamento
- Equilibrato
Il termine equilibrato merita una maggiore spiegazione: infatti, normalmente, il globale viene svolto titolari contro riserve. Questo è motivato dal fatto di poter creare dei meccanismi e degli automatismi all’interno della squadra titolare, per non dover improvvisare nulla il giorno della gara. Per poter giocare in modo efficace, tuttavia, è necessario che per le riserve non si tratti di una “missione impossibile”, ma che la gara si mantenga equilibrata sempre. Per nostra sfortuna, è impossibile delineare delle regole per la definizione del punteggio, poiché esse dipendono interamente dal livello della propria squadra e dallo scostamento tra titolari e riserve.Altra considerazione interessante è il lavoro a rotazioni bloccate. Più che fare un set 25 punti, con rotazione normale, è invece più utile lavorare con le squadre ferme in una determinata rotazione, con la disputa di un set più breve, ad esempio dal 20-20 al 25. In questo modo si ripetono costantemente situazioni di gioco simili.
Altro stratagemma che ho sperimentato con buoni risultati è la ripetizione dell’errore tecnico. Con questo intendo che, quando un’azione nasce e si conclude malamente, possiamo far ripetere un gesto tecnico al giocatore che l’ha errato, per fargli correggere immediatamente l’errore. Un punto delicato: dobbiamo far ripetere solo le azioni sbagliate per errore tecnico e non per limite tecnico! Per chiarire, due esempi:
- Difesa del palleggiatore, il centrale scende tardi da muro e non riesce ad alzare
- Sempre nella stessa situazione, il centrale alza in ritardo e commette fallo di doppia
- Un attaccante vuole provare un colpo sulla parallela e lo sbaglia
Nei primi due casi, siamo nella sfera dell’errore tecnico. Ricreare situazioni analoghe è molto semplice: l’allenatore si mette in Zona 1 con il carrello, il centrale a muro, l’allenatore batte sulla palla e lancia alto, per l’alzata. Se il problema è il fallo di doppia, l’allenatore può addirittura porsi in Zona 4 e lanciare sparso per il campo al centrale. In questo caso l’errore si corregge immediatamente, con 4-5 ripetizioni (massimo 10, solitamente) si riescono ad ottenere almeno due ripetizioni corrette.
Il terzo caso, invece, è più delicato: se il giocatore non possiede il colpo il parallela (nel senso che ancora non fa parte del suo bagaglio tecnico) è inutile fargli provare 10 palloni durante la fase globale, facendo perdere tempo a tutti. Per incrementare il bagaglio tecnico, dobbiamo concentrarci sul lavoro analitico e sintetico, non su quello globale!
Oltretutto, nella fase globale è necessario tenere alto sia il morale che la concentrazione. Far lavorare un giocatore su un colpo che “non possiede”, per tante ripetizioni, può causare tanti errori consecutivi, che generano problemi psicologici non indifferenti. Pensate infatti a come reagireste nel caso in cui, pur continuando a provare, il giocatore non riesca a tirare questo particolare colpo sulla parallela: potreste lasciar perdere, facendo sentire l’atleta un incapace, potreste fare in modo che il lancio sia così perfetto che sia molto più facile tirare il colpo, potreste anche accontentarvi di un risultato mediocre. Ad ogni modo, avreste ottenuto il risultato di abbattere moralmente il giocatore, ponendolo negativamente al centro dell’attenzione. E’ importante ragionare su questi aspetti, quando si lavora sul globale.
Per finire, due parole sulla modulazione tempistica delle diverse tipologie di allenamento. Ritengo che, a livello giovanile, la parte analitica e sintetica debba occupare almeno il 60%-70% del lavoro tecnico, lasciando al globale un 30%-40% del tempo. Questo perché, a mio avviso, per poter giocare è necessario prima imparare a farlo. Per imparare a costruire i palazzi, prima si fanno studi di architettura, poi con l’esperienza si diventerà dei veri maestri. Però non possiamo prescindere dalla fase di apprendimento. Il globale ci aiuta ad affinare ed applicare le capacità tecniche, apprese però con esercitazioni mirate e specifiche. Bisogna sempre tener presente, infatti, che il metodo globale raramente consente di avere alte ripetizioni di gesti tecnici standardizzati, per tutti i giocatori.

Al crescere del livello, invece, quando la tecnica è ormai affiinata, è logico che la tempistica sarà molto più sbilanciata verso il globale. Ma questo non è oggetto del mio scritto odierno.
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La gestione del Time Out mi interessa molto. Se pensiamo all’alto livello, di norma pensiamo ad un utilizzo altamente specializzato, ovvero:
- Richiamo su punti fondamentali della strategia di gara
- Cambiamenti tattici di gara
- Consigli tattici (del tipo, il giocatore X sta giocando male, battiamogli contro)
L’aspetto più interessante è invece sul basso livello, in particolare sul giovanile, dove:
- Di norma, fornire indicazioni tattiche troppo specifiche (es. tirare sulla parallela) non è così attuabile (la ricezione non è costante, la stessa alzata non è costante, e anche l’attacco non è sempre preciso)
- Di norma, apportare correzioni tattiche in gara porta più guai che veri vantaggi
- Anche per gli avversari, la tattica di squadra è adottata in modo piuttosto grossolano e, quindi, è aggiunto un effetto “imprevedibilità” non facilmente gestibile
Ad esempio, in una partita giovanile (cerchiamo di specificare, ci riferiamo a livelli medi di U16) non è semplice dire: “Mura la parallela, perché tirano lì”. Infatti:
- Non è assolutamente detto che, anche se la nostra previsione tattica fosse corretta, l’avversario abbia le capacità di attuare veramente questo colpo con incisività
- Non è dato per scontato che il muro non rispetti l’indicazione (anche se, questo, è più vero quando si chiede di murare la diagonale)
Resta quindi da capire quale sia la vera utilità dei time out in una squadra giovanile. Sicuramente, uno dei motivi più in voga è quello di limitare un break negativo che si sta subendo in ricezione. Infatti, anche se il giocatore avversario fosse molto costante, sicuramente dopo il time out tenderebbe a non forzare la prima battuta, dandoci la possibilità di costruire il gioco in maniera più agevole.
Un utilizzo molto diffuso, che francamente non condivido e cerco di limitare, è quello del chiamare time out per caricare i giocatori, che magari stanno prendendo molti punti senza sorreggersi a vicenda, senza esultare quando fanno punto e così via. Non solo perché non è necessario, ma forse perché è anche dannoso. I ragazzi devono imparare che lo sport di squadra ha dei meccanismi per cui aiutarsi a vicenda non solo è importante, quanto fondamentale.
Allora un buon time-out può servire per riprendere fiato, per organizzare meglio uno schema difensivo, magari apportando un cambio di posizione, magari escludendo qualcuno dalla ricezione, magari suggerendo un pallonetto in una specifica zona del campo.
In linea generale, gli aspetti che ritengo importanti nella gestione di un time-out giovanile sono questi:
- Sfruttare il time-out solo per aggiustamenti tattici o per piccoli richiami tecnici
- Se ritenuto necessario, non esitare a chiamare il time-out (dopo potrebbe essere tardi)
- Non chiamare time-out se non si ha nulla da dire o da ottenere
- Chiamare time-out per spezzare un break positivo avversario in battuta
- Non chiamare time-out se si ritiene che il break negativo dipenda solo dalla propria squadra e non da meriti avversari
L’ultimo piccolo appunto che vorrei fare, più generale sulla gestione della gara che del time-out, riguarda le correzioni tecniche. Ritengo totalmente sbagliato stare a perdere tempo su correzioni tecniche troppo elevate, durante una gara. Questo è valido a tutti i livelli, per il semplice fatto che, pur essendo la gara pallavolistica uno stimolo allenante, non è semplice, dal punto di vista mentale, concentrarsi sul gioco se si deve pensare al proprio corpo. In altre parole, durante la gara il focus dei giocatori è, e deve restare, sulla palla, non sulle proprie posture e sui propri movimenti. Certo, questo non vuol dire annotare tutto, segnalare e poi lavorare in allenamento. Vuol dire semplicemente di non cercare aggiustamenti tecnici non già provati ad allenamento, perché tanto non porterebbero ad alcun beneficio.
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Sono da poco tornato da Cesenatico, dove, con i miei giovani superstiti (tra malattie, genitori, vacanze) ho preso parte al Torneo “Presepe della Marineria” a Cesenatico.
Un sincero applauso all’organizzazione, impeccabile sotto ogni punto di vista. Le strutture del Camping sono in ottimo stato, forse giusto le docce andrebbero riviste. I tempi sono stati calcolati alla perfezione e gli organizzatori, Luca e Luigi, sempre disponibili e presenti. Così come sono sempre disponibili e presenti gli altri membri dell’organizzazione, che non ho avuto il piacere di conoscere direttamente.
Pallavolisticamente parlando, oltre all’U18 Maschile (cui io ho partecipato con quattro ‘92, due ‘90 e due supporti, fondamentali, dell’Iride Volley di Modena), c’era il torneo U16 Femminile.
Il livello del femminile era a dir poco mediocre. Tendente al nullo. Sembrava di vedere, a volte, ragazze che non abbiano mai visto un campo ed una palla. Ma il femminile non è il mio campo, pertanto non mi intrometto.
Nel maschile il livello era decisamente buono. D’accordo, alcune squadre (POOL, Cesena) erano selezioni territoriali e, quindi, è quasi normale che il livello sia buono. D’accordo, è possibile che il fatto che alcuni giocatori U18 facciano la D e si allenino con qualche B2 possa avvantaggiarli non poco. D’accordo, è anche possibile che sia capitata un’annata particolarmente buona. Però io non ho mai visto, a Bologna, un U18 maschile a livelli di quelli visti in questi 3 giorni. Forse la Zinella Volley ci sta andando vicina quest’anno, ma credo avrebbero faticato molto anche loro.
La riflessione è, principalmente, uno spunto per una meditazione, che dovrebbe coinvolgere i dirigenti, gli allenatori, gli amanti della pallavolo nella mia città. Qual è il problema? Sono gli allenatori ad essere scarsi? Sono i dirigenti ad essere incompetenti? E’ la materia prima (i giocatori) a scarseggiare? E’ la materia prima (i giocatori) ad essere di bassa qualità? E’ la politica sportiva adottata che non funziona? C’è disorganizzazione locale a livello societario? Sono i genitori ad essere troppo assillanti ed ostacolisti?
Forse alcuni allenatori (per carità, mi ci metto in mezzo anche io) veramente trascurano troppo la tecnica. Forse neanche sanno veramente insegnarla. Forse alcune società non capiscono che devono lavorare nelle scuole, per reclutare future promesse. Perché un U18 che gioca insieme da 2 anni è quasi certamente debole, rispetto ad un U18 formato da ragazzi che sono partiti dal MiniVolley. Forse le spese sono eccessive. A volte anche immotivate. Forse manca il coinvolgimento dei genitori. Forse manca dirigenza qualificata. Forse manca un progetto serio per risollevare la pallavolo, un progetto che la FIPAV, per una volta, non voglia ostacolare. Forse, perché no, essendo la materia prima così scarsa, ci si deve accontentare di quel che capita. Forse qualche volta si punta troppo alla quantità e troppo poco alla qualità.
Sparkling Milano è venuta con un U16, una allenatrice ed un dirigente. Penso che questo U16 avrebbe potuto battere molte formazioni U18 di Bologna. Sono tecnicamente più raffinati. E credo che non sia poco. Il motivo per cui l’U18 era a livelli alti è che la maggior parte dei giocatori, oltre ad essere molto dotata fisicamente, è anche tecnicamente raffinata. Non credo si allenino 10 volte a settimana. Credo che il sistema sia più organizzato, credo che esista una società in grado di raccogliere tutte le “giovani promesse” per farle crescere veramente tutte insieme. Credo che i genitori siano “quasi amorevolmente obbligati” a prendere parte alle attività societarie, come le partecipazioni ai Tornei. Credo altresì che il sistema organizzativo sia migliore. E, perché non dirlo, credo che anche i tecnici siano migliori.
A Bologna bisogna ripartire da zero. Bisogna che si formino staff competenti e specializzati. Bisogna che qualcuno si faccia carico di creare giocatori veramente tecnicamente capaci. Perché, in giro per l’Italia, di pallavolo buona ce n’è ancora.
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Prendo spunto da un post che ho letto sul forum di VivoVolley per far partire una piccola riflessione. Il motivo che ha spinto l’utente ad aprire la discussione è un’osservazione molto semplice:
Dall’analisi statistica di squadre giovanili, si evince che, di norma, non vince chi fa più punti, ma chi ne regala di meno.
Secondo una buona teoria dell’allenamento, quindi, dovremmo allenarci in direzione di una riduzione del numero di errori in ogni set. La mia risposta (un po’ beffarda e antipatica, in effetti) esordiva in questo modo:
Per ridurre gli errori di una squadra giovanile è sufficiente creare giocatori mediocri.
E’ chiaramente una provocazione, sia chiaro. Però c’è un fondo di verità, in tutto questo. Dobbiamo sempre tener presente che il nostro grande obiettivo è formare giocatori professionisti a lungo termine. Tutto il nostro lavoro deve essere sempre e comunque vincolato da questa grande legge. Non alleniamo per formare un buon giocatore U16, non per formare una buona giocatrice di Terza Divisione. Noi alleniamo e lavoriamo nella speranza di poter realizzare il sogno di tutti i ragazzini e di tutte le ragazzine, arrivare al top della prestazione. Non dobbiamo pensare che sia un eccesso. In fondo, come è logico che non tutti i ragazzi e ragazze che alleneremo arriveranno in serie A, è anche vero che, se abbiamo un potenziale fenomeno, dobbiamo allenarlo a dovere. O farlo allenare a dovere, dipende dalle situazioni.
Come rientra la gestione dell’errore in tutto questo? Avete mai visto una squadra giovanile vincere una partita “perché sbagliava poco?“. Probabilmente sì. Magari questa squadra ha anche vinto il campionato provinciale, forse pure quello regionale! E’ forse una buona prestazione, vincere senza sbagliare? Forse. La mia piccola esperienza mi ha fatto però vedere quanto segue: sbagli poco, ma fai anche pochi punti. Attacchi piano, sempre in campo e mai a rete, ma piano. Batti facile, mai a rete o fuori, ma facile. Ricevi perfettamente. Alzi perfettamente. Non muri benissimo, ma i giocatori sono sempre nella giusta direzione.
Peccato solo che ad alto livello non si vedano squadre vincere facendo palleggi o attacchi lenti. Specialmente nel maschile, è importante insegnare ai giocatori l’importanza della potenza d’attacco. Diceva Velasco, in un vecchio scritto, che è quasi impossibile trovare un giocatore giovane che schiacci forte in campo. Diceva: “Se schiaccia in campo, allora ha tirato piano”. Sebbene non credo sia possibile fare una generalizzazione, è anche vero che, in linea di massima, il discorso regge. Spesso perdiamo di vista il nostro target, e allora un attacco fuori dal campo ci sembra grave. Oppure, un attacco a rete ci sembra grave allo stesso modo di uno fuori.
Per allenare bene i giovani, dobbiamo tener presente il grande obiettivo. La formazione di professionisti. Lasciamo che sbaglino, lasciamo che imitino i modelli che vedono in serie A, magari sbagliando. L’importante è che facciano tutto con coscienza e passione e che mostrino comunque miglioramenti.
Un discorso a parte meritano, però, gli errori gravi e quelli futili. Un errore grave è, ad esempio, l’invasione a muro, oppure la battuta da terra sotto rete, oppure sbagliare la posizione di difesa. Un errore futile è, ad esempio, rallentare il braccio per paura di tirare fuori e poi schiacciare a rete, oppure murare sempre la parallela, invece che la diagonale. E’ questa la direzione corretta di lavoro: non solo ridurre, ma quasi azzerare, errori gravi ed errori futili. Non perché così si vinca di più, ma solo perché ad alto livello questi errori devono tendere a zero. Poi, certamente, anche il referto ne trarrà beneficio.
Una volta corretti questi problemi, lasciamo che il nostro ragazzino tiri forte fuori, batta forte in salto fuori. Il tempo, la dedizione, l’allenamento e l’esperienza lo porteranno a sistemare la tecnica, senza dover re-imparare il gesto tecnico con la giusta velocità (considerate che tirare sempre piano può cambiare in modo significativo il tempo).
Buona giovanile a tutti e buoni errori a tutti.
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Penso che il problema principale, almeno dal punto di vista organizzativo, che si trovino ad affrontare gli allenatori delle giovanili è la gestione del problema studio. Da una parte è necessario andare in contro alle necessità di ogni famiglia, dall’altra sappiamo bene che, nella maggioranza dei casi, il tempo è più che sufficiente, ovviamente se ci si organizza con un minimo di decenza. Qual è il giusto equilibrio? E’ veramente un problema così grosso, per gli studenti di oggi, trovare il tempo per unire sport, studio, amicizie, amori e quant’altro? Non credo proprio.
Il vero punto di partenza è che spesso si tendono a distinguere drasticamente i concetti di sport e di interessi. Ciò che invece dovrebbe essere la norma è che lo sport dovrebbe essere uno dei principali hobby di un ragazzo. In tutti i casi in cui sussistono altre attività di pari o maggiore importanza (corsi pomeridiani, PlayStation e quant’altro) il discorso si complica ed è quasi ovvio che poi non si riuscirà a fare tutto. Chiaramente, la colpa è data allo studio, ma normalmente non è affatto questo a portare via il tempo. Quando la palestra è frequentata “giusto perché devo”, è chiaro che la situazione è complicata.
Il vero punto di riflessione è questo: se ho veramente voglia di fare allenamento, potrà mai verificarsi l’occasione di doverlo saltare per via dello studio? Certo. Potrà capitare una, forse due volte. Non di più. Proviamo a fare due conti. In media, un ragazzo arriva a casa da scuola alle 14. Pranza, guarda la televisione (i Simpson?) e si fanno le 15. Perfetto. Dalle 15 alle 17 ci sono due ore. Dalle 17 alle 17.15 ci si può concedere una pausa. Dalle 17.15 alle 19 ci sono quasi altre due ore. In seguito c’è l’allenamento. Dubito che esistano professori che carichino così tanto gli studenti da costringerli a turni di oltre 4 ore di studio, da un giorno all’altro. Perché va aggiunto che raramente capitano impegni settimanali per più di 3 incontri! Questo vuol dire che gli altri 2 pomeriggi infrasettimanali sono totalmente liberi e si può, anzi, si deve, organizzare il proprio lavoro di studente in funzione di questi due giorni! Possono esistere questioni di errati metodi di studio, ma questo non deve certo essere un problema che influenzi l’attività sportiva.
Il metodo di studio errato va corretto senza influenzare lo sport. Un ragazzo che impieghi troppo tempo nel memorizzare certi concetti, ha chiaramente dei problemi nell’applicazione di un metodo di studio. Questo, indipendentemente da altri agenti esterni, può causargli problemi seri nel proseguio dell’attività studentesca.
E’ qui appunto che si inserisce il discorso degli hobby disturbatori. Nel senso buono, chi vorrà proseguire una sana attività sportiva dovrà riuscire a limitare le attività extra. Chi vuole giocare, fare i tornei di PlayStation, uscire con gli amici tutti i giorni, avere la media dell’8, praticare anche più sport, andare in palestra, frequentare corsi di qualsiasi natura, chiaramente farà più fatica. Anzi, in molti casi non riuscirà a star dietro allo sport nel modo corretto. Anche da un punto di vista fisiologico, sarebbe bene presentarsi all’allenamento nelle migliori qualità psicofisiche, quindi con il corpo riposato e la mente lucida. Un atleta che prima dell’allenamento ha studiato 4 ore, oppure ha giocato a calcetto con gli amici per 2 ore, chiaramente non potrà rendere al 100% delle sue potenzialità. Ergo, non potrà allenarsi al meglio.
Esasperazione? No, semplicemente organizzazione. Troppo spesso sento parlare di persone che dicono che “i ragazzi devono avere tanti hobby e non devono essere esasperati dallo sport“. Una buona frase, ma troppo sentenziosa, troppo abusata. E’ terrificante pensare che la prima conseguenza logica di questo è che si possa non mettere serietà in ciò che si fa. Ci si lamenta tanto delle nuove generazioni (della mia, ad esempio), poi non si guarda alle recenti idee che circolano nel mondo dell’educazione. Facciamo svagare il ragazzo, non diamogli responsabilità, povero, è solo un ragazzo! Non è questa la mentalità giusta, invece! Fin da giovani, è importante imparare che il tempo non è infinito, che nessuno è padrone del mondo e può permettersi di fare ciò che vuole. C’è gente che lavora e il lavoro va sempre rispettato. Ciascun ragazzo deve trovare qualcosa che impeghi il proprio tempo, ma portare avanti il proprio hobby con impegno, serietà e dedizione. Che non vuol dire esasperarlo. Vuol dire farlo con serietà.
Cosa fare? E’ difficile stabilirlo. Esistono giocatori su cui ci piacerebbe fare un bel lavoro (crediamo molto in loro), ma capita altrettanto spesso che proprio questi giocatori in breve tempo si trasformino in VIP e inizino a fare ciò che vogliono. Il punto di riflessione potrebbe essere questo: che cosa identifica un buon giocatore? Un giocatore su cui puntare veramente la propria attenzione? A mio avviso è necessaria la presenza contemporanea di queste 4 caratteristiche:
-
Fisico
-
Tecnica
-
Carattere
-
Dedizione
Sul fisico non possiamo fare molto se non evitare di far danni. Possiamo però ricordare sempre che un ragazzo a 14 anni non è certo come sarà a 24! Pertanto, mai scartare qualcuno a priori solo per il fisico! Sulla tecnica, beh, questo è compito nostro. Chiaramente, sia sul fisico che sulla tecnica esistono casi fisiologici molto facilitanti. Un ragazzo molto dotato fisicamente, con ottime doti coordinative e buona propensione all’apprendimento motorio, potrà chiaramente arrivare molto più in fretta ad un livello più alto.
Sugli ultimi due punti, invece, spesso cadiamo in errore. Perché non basta un giocatore di qualità tecniche e fisiche, per parlare di una giovane promessa. Servono anche il carattere giusto e la dedizione giusta verso lo sport. E fin dallo studio si inizia a capire chi sarà un grande sportivo e chi no. Il grande sportivo riesce a fare dello sport una sana abitudine di vita. Per gli altri il bel passatempo, prima o poi, finirà. Questo non vuol dire lasciar perdere i poteniali fenomeni. Questo vuol dire spronarli e far loro capire che lo sport, come ogni altra attività umana nella quale si vuole ricercare l’eccellenza, richiede impegno, costanza, dedizione, lavoro e sudore
Buona pallavolo a tutti.
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