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Spunti: metodologia di allenamento con le giovanili maschili

Proceso_de_coachingNell’ambito delle attività legate alla Selezione Provinciale Maschile di Bologna, quest’anno abbiamo gettato le basi per alcuni incontri periodici rivolti soprattutto a neo-allenatori operanti nei settori giovanili della città. In particolare, l’idea è quella di organizzare alcune tavole rotonde per parlare dell’allenamento dei nostri settori giovanili “a tutto tondo”: gli incontri si svolgono tendenzialmente in concomitanza delle attività della Selezione Provinciale (o dei nostri progetti promozionali paralleli).

L’articolo che propongo di seguito – seppur qui leggermente modificato per renderlo “presentabile” – è stato il punto di partenza di queste discussioni: si tratta di spunti di riflessione per il lavoro con le giovanili maschili, risultato della mia – seppur non vastissima – esperienza in questi anni in palestra. Che le considerazioni siano giuste o sbagliate poco importa, ciò che ci interessava era principalmente avere un punto di partenza per avviare i nostri lavori. Lo condivido affinché possa essere ulteriore spinta per ulteriori discussioni. 

Attenzione allo stile con cui è scritto il documento! L’impostazione è molto schematica, poiché appunto nasce come avvio per una discussione, e contiene molti verbi “forti” (“deve”, “è fondamentale”…), non perché i pareri espressi siano necessariamente di valenza assoluta, quanto più per sottolineare e ben definire la mia personale scala di importanza/priorità.

Introduzione

In questo documento presento in maniera il più possibile chiara e sintetica alcuni degli aspetti che ritengo più importanti nell’allenamento di una squadra giovanile maschile. Ovviamente si tratta di considerazioni del tutto personali e che condivido prima di tutto per avere pareri, suggerimenti e intavolare una discussione che possa essere proficua per noi allenatori e, di riflesso, per i nostri giocatori. Le considerazioni che di seguito presento sono frutto degli ultimi anni di lavoro tra settore giovanile (di club e di selezione) e squadre seniores, nonché delle ormai lunghe e preziose collaborazioni con tanti colleghi operanti nel settore.

Sommario

  • Conoscere i modelli tecnici
  • Stabilire delle progressioni
  • Imparare a programmare
  • Come stilare un allenamento
  • Tecniche di individuazione e correzione degli errori

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Vergogna

Vorrei esprimere forte rammarico per alcuni eventi, che ho letto dai provvedimenti disciplinari nazionali FIPAV pubblicati oggi sul sito della Federazione. Certi atti dovrebbero essere banditi da ogni sport a qualsiasi livello.

CITTA’DI SQUINZANO LE – Multa di € 800,00 perché i sostenitori locali, durante il
riscaldamento rivolgevano ripetuti cori offensivi all’indirizzo dei giocatori della squadra
avversaria; inoltre durante la gara, lanciavano in campo all’indirizzo dell’arbitro il pallone di
gara (senza colpire il direttore di gara) e strattonavano la maglia degli atleti ospiti mentre
questi si accingevano ad effettuare il servizio; inoltre a fine gara uno spettatore locale
entrava in campo, rivolgendo frasi offensive all’indirizzo di alcuni tesserati della squadra
avversaria, plurirecidiva; ulteriore multa di € 75,00 per inadeguatezza dello spogliatoio
arbitrale (tenuto in pessime condizioni igieniche), plurirecidiva.

GRAPHIC NEON CATONA RC – Multa di € 1.000,00 per aver il pubblico sostenitore, per
tutta la durata dell’incontro, rivolto frasi offensive ed ingiuriose verso gli atleti del sodalizio
avversario e per aver, al termine della gara, inseguito alcuni atleti avversari costringendoli
così a ripararsi all’interno dello spogliatoio arbitrale. Alcuni esagitati, tuttavia, riuscivano a
raggiungere un atleta del sodalizio ospite ed a colpire lo stesso con due pugni, così
rendendo necessario l’intervento della forza pubblica, parzialmente recidiva.

POL. BARCELLONA ME – Multa di € 1.250,00 per aver propri sostenitori, a fine gara,
reiteratamente offeso e minacciato la coppia arbitrale, nonché per aver alcuni di quelli
accerchiato gli arbitri con evidente fare minacciatorio, nonché infine, per aver, uno tra
quelli più esagitati, sferrato un calcio all’indirizzo del 2° arbitro il quale ultimo veniva colpito
ad una gamba; sanzione aggravata per il mancato intervento dei dirigenti della squadra
locale compreso il dirigente addetto agli arbitri.

Vergogna a chi trasforma una partita in una guerra. Non conosco i fatti e non accuso nessuno, solo credo che cose del genere andrebbero evitate con tutte le proprie energie. La frustrazione deve restare al di fuori di un ambiente sano ed educativo quale dovrebbe essere una palestra.

Questione di piedi

L’importanza dei piedi nella pallavolo deve essere considerata partendo dal presupposto che a pallavolo si gioca con le braccia, ma che “il corpo e quindi le braccia vanno dove vanno i piedi“. In questo articolo ho intenzione di scrivere qualche appunto relativo all’importanza dei piedi nei diversi fondamentali e gesti tecnici della pallavolo.

Un primo contributo dato dai piedi è dato dall’orientazione indotta sul busto. Se orientiamo i piedi verso una direzione, otteniamo, mantenendo una posizione naturale, un direzionamento del busto verso la direzione puntata dai piedi. Questo è un ottimo aiuto, ad esempio, per orientare una battuta da terra verso una determinata zona del campo. La prima cosa che insegno ai bambini, per direzionare una battuta verso una parte del campo, personalmente, è quella di orientare il piede avanti (e quindi quello dietro, e quindi il busto) proprio lungo la direzione desiderata e di lavorare in seguito sul lavoro frontale del braccio. In questo modo riusciamo a direzionare la palla dove desideriamo senza ricorrere a particolari varianti tecniche.

La rapidità dei piedi è un argomento molto interessante dal punto di vista della preparazione fisica (si vedano i vari lavori presenti sul web), che ha grosse ripercussioni tecniche su gesti quali gli spostamenti a muro, in ricezione ed in difesa. Ogni spostamento per i fondamentali di ricezione, alzata e difesa deve essere eseguito a passi rapidi, brevi e precisi (salvo spostamenti molto lunghi), al fine di arrivare sotto il pallone in condizioni di equilibrio e staticità.

Sugli spostamenti a muro, invece, il controllo del piede è necessario per una corretta orientazione rispetto alla rete. Si pensi ad esempio al classico passo di apertura e incrocio: il primo passo, con il piede esterno, deve essere fatto con il piede lungo la linea del corpo e parallelo alla rete, in modo da scorrere parallelamente alla rete con tutto il busto; in caso di piedi più lontani e divergenti (risp. convergenti), si rischia di creare percorsi che si allontanano (risp. avvicinano) alla rete, creando pericoli di palla che si insacca tra le mani del muro (risp. invasioni). Al termine dello spostamento, è importante (ma non sempre possibile per motivi di tempo) che i piedi siano orientati verso il centro del campo avversario (quanto meno perpendicolari a rete), per favorire un salto con orientazione del busto (e quindi del piano di rimbalzo) nella direzione corretta ed evitare quindi il mani-out.

Dal punto di vista statico, la posizione dei piedi ha una notevole rilevanza per quel che riguarda l’equilibrio del corpo. I piedi sono uno dei primi indici per una corretta postura di preparazione ad un fondamentale. In linea generale, i piedi devono essere paralleli e leggermente sfalsati (in modo da creare posizioni facilmente abbandonabili per eventuali spostamenti) e la loro distanza laterale dipende essenzialmente dal tipo di fondamentale. Va sottolineato come un eccesso di apertura laterale o di sfalsamento possano compromettere anche considerevolmente l’equilibrio frontale e/o laterale (si provi a resistere ad una spinta laterale, partendo con i piedi molto stretti e particolarmente sfalsati).

I piedi hanno un ruolo importante anche nello spostamento del peso del corpo. Avendo i piedi sfalsati, aver spostato il peso del corpo su uno dei due fronti (avanti o indietro) è verificabile sollevando il piede non interessato (se ho il peso in avanti, posso tranquillamente sollevare da terra il piede dietro). Questo fattore è molto importante, specialmente con i più giovani o con le ragazze, dove lo spostamento del peso del corpo da dietro ad avanti è uno dei punti più imporanti per imprimere sufficiente forza alla palla (ad esempio in battuta).

Lo sfasamento frontale dei piedi, oltre al compito di rendere le posizioni più facilmente abbandonabili (sebbene questo non sia l’unico requisito), ha anche il compito di facilitare l’orientazione indotta sul busto. Avanzare un piede porta come conseguenza, infatti, l’orientazione delle spalle verso la direzione opposta (se avanzo il piede sinistro, creo naturalmente un’orientazione verso destra).

Analizziamo alcuni casi:

Piedi ricezione In ricezione (servizi flottanti) i piedi saranno poco più larghi delle spalle (e gli angoli al ginocchio e alla caviglia abbastanza aperti) per favorire uno spostamento in tutte le direzioni. Inoltre il piede più avanti sarà, di norma, quello esterno, per garantire un’orientazione del busto verso l’interno, oppure quello interno, nel caso si decida di utilizzare un bagher laterale dall’esterno all’interno.
Piedi difesa In difesa i piedi saranno più larghi delle spalle (con angolo tibio-tarsico piuttosto chiuso), per favorire una posizione che riesca a contenere la forza del pallone, recuperi in tutte le direzioni e anche uscite in avanti e laterale – avanti.
Piedi muro lettura Nel muro in lettura, i piedi sono poco più aperti delle spalle (e le gambe già cariche) per favorire salti più rapidi (anche se mediamente meno alti) e uscite laterali molto tempestive.
Piedi nel muro ad opzione Nel muro esterno e ad opzione, i piedi sono larghi quanto le spalle, per favorire il salto verticale.
Palleggio verso zona 4 Nella versione più basilare del palleggio d’alzata avanti, i piedi, larghi come le spalle o poco più (per garantire equilibrio), sono direzionati verso la zona obiettivo (ad esempio, la zona 4) e sfalsati, con il piede destro (risp. sinistro) avanzato per le alzate verso zona 4 (risp. verso zona 2). In questo modo garantiamo la frontalità verso la zona obiettivo (e quindi richiediamo una spinta di polsi e braccia dentro la linea del proprio corpo) e, grazie all’avanzamento di un piede, proteggiamo il corpo verso il nostro campo, rendendo più improbabile un’alzata diretta verso l’altro campo. Logicamente, all’aumentare della distanza da rete, cambia il piede avanti, per gli stessi motivi di orientamento già descritti. Ad esempio, per alzare in zona 4 una palla fuori dai tre metri, anteporremo il piede sinistro e non il destro come nel caso di una palla vicina alla rete.

Prendiamo ora in esame la posizione dei piedi in fase di attacco, sia da terra che prima di un salto. Nel caso di una piazzata da terra, i piedi sono paralleli, direzionati verso la zona obiettivo (se si intende tirare con il braccio dritto) e con il piede opposto a quello che colpisce avanti all’altro. In questo modo si facilita un’apertura verso l’esterno del busto, necessaria per caricare la spalla e imprimere forza al pallone. Si provi ad effettuare il gesto tecnico con i piedi invertiti, ci si troverà sicuramente in difficoltà meccaniche.

Nel caso dell’attacco in salto, i piedi assumono duplice importanza, sia dinamica che statica per la preparazione alla fase aerea. Nella prima fase della rincorsa, assistiamo ad una rullata tallone – punta del passo sinistro (nel caso di rincorsa per destrimani a tre passi: sinistro + destro-sinistro), che ha come scopo l’individuazione del giusto tempo di rincorsa e l’avvicinamento alla palla. Il piede sinistro appoggia con il ginocchio leggermente flesso, in direzione della palla. A questo punto, la rullata verso la punta del piede aiuta a creare una forza esplosiva (garantito dal progressivo sbilanciamento del corpo in avanti), ma permette, d’altro canto, di aspettare tutto il tempo desiderato (cosa ben più difficile se si poggia il piede con il ginocchio disteso o appoggiando direttamente la pianta o la punta del piede) prima dell’esplosione del doppio passo finale.

Passo finale Il passo finale, infine, ha il compito di creare i presupposti per un buon colpo aereo (come già visto per l’attacco piedi a terra, la possibilità di aprire completamente il busto e garantire quindi tutti i colpi), ma anche l’importantissima funzione di convertire una forza orizzontale (la rincorsa) in quasi-verticale (il salto). Per questo motivo risulta molto efficace avere i piedi abbastanza vicini, leggermente più stretti delle spalle e con il piede esterno decisamente convergente verso la rete (questo aiuta a frenare la rincorsa e favorire la verticalità del salto).

I piedi sono indicatori della distanza da rete e, come diretta conseguenza, della capacità di scelta di tempo della rincorsa e di valutazione della traiettoria. Nel caso di un’alzata di terzo-secondo tempo, i piedi hanno il compito di portarci leggermente dietro al pallone, in modo che questo si trovi all’altezza della spalla che colpisce, leggermente davanti al busto (non sopra). Se invece ci si ritrova esattamente sotto al pallone, molto probabilmente siamo di fronte a problemi di scelta del tempo (in particolare, partenza in anticipo); se ci si trova distanti da esso, il problema potrebbe essere causato da una scarsa capacità di analisi della traiettoria. Nel caso di un’alzata di primo tempo, i piedi devono portarci ad una distanza da rete tale da consentirci di scegliere il giusto colpo e di poter colpire la palla davanti scaricando poi il braccio avanti a noi: stacchi troppo vicini a rete compromettono le direzioni d’attacco e sono tipici in fase di apprendimento del gioco rapido, ma anche in fasi più avanzate, specie con i primi tempi più lontani dall’alzatore.

I piedi sono infine un altro grande indicatore di correttezza tecnica, compostezza aerea e prevenzione agli infortuni nell’analisi delle discese dai fondamentali aerei. In particolare, ci sono due aspetti da considerare:

  • Il punto di atterraggio rispetto al punto di stacco
  • Il numero di piedi con cui si atterra

Il punto di atterraggio è riferito all’analisi di eventuali voli aerei (meglio noti come fly), particolarmente pericolosi a muro (sia per i rischi di infortuni che di mani – out), e invece particolarmente desiderati nei fondamentali di attacco da seconda linea e battuta in salto a rotazione (per creare traiettorie più favorevoli alla propria squadra e per scaricare il peso del corpo sul pallone). Nel caso di un fly frontale a muro, questo potrebbe essere indicatore di scarsa mobilità di caviglia, oppure di un caricamento effettuato chiudendo eccessivamente l’angolo al ginocchio (l’angolo da chiudere a muro è il tibio-tarsico). Un leggero fly frontale in attacco da prima linea è normale e accettabile, a patto che non sia eccessivo, poiché questo comprometterebbe l’altezza del colpo in maniera significativa. Un fly laterale in attacco è solitamente sintomo di un errore di valutazione della traiettoria (si è andati a cercare la palla in volo e non con la rincorsa): questo è un fattore indesiderato, poiché compromette la stabilità, le direzioni d’attacco e l’altezza del colpo.

Per quanto riguarda l’atterraggio, è sempre sperabile che questo sia effettuato a due piedi, in modo da distribuire equamente il peso del corpo su entrambe le gambe (e le ginocchia). Questo è da ricercare soprattutto a muro (atterraggio ad una gamba è spesso sintomo di fly), ma anche in attacco, dove, seppur l’atterraggio leggermente sfalsato sia quasi naturale (per un destrimano, l’atterraggio avviene solitamente prima sulla gamba sinistra e poi su quella destra), è bene perseguire l’obiettivo di ridurre al minimo il lasso di tempo che intercorre tra i due appoggi e ricercare comunque un atterraggio composto.

Concludo con una citazione di un allenatore che ho conosciuto da poco e molto attento all’impostazione dei piedi: “Per capire quello che succede in alto, devi analizzare quello è che succede in basso!“.

Un grazie particolare ad Alberto Giorda per la collaborazione.

La qualità della ripetizione

Qualità della ripetizioneQualche settimana fa ho conosciuto un nuovo allenatore e ho avuto il piacere di scambiarci due chiacchiere. Tra i tanti temi affrontati, si è finiti con il parlare della scarsità di pallavolo maschile nella nostra città. Da lì siamo finiti a parlare più in generale della qualità dell’allenamento a livello giovanile. Mi ha esposto un pensiero veramente bello, da cui voglio partire per sviscerare la solita discussione con i lettori.

Secondo lui, che allena da molti anni, uno dei più grandi errori commessi dagli allenatori è che “hanno in testa l’idea che i ragazzi debbano esclusivamente fare delle ripetizioni“. Lo so bene, qualcuno avrà storto il naso. Però la sua sentenza era ben argomentata e non posso fare a meno di riportarla e condividerla. Il problema non è solo legato al numero di ripetizioni, ma alla loro qualità. Secondo lui, questo secondo parametro deve avere priorità assoluta in fase di apprendimento di un gesto tecnico. Del resto, ha senso far ripetere tantissime volte in pochissimo tempo un gesto tecnico, senza avere così il tempo di effettuare una correzione a 360° gradi, mirata e puntigliosa? Evidentemente no. Dobbiamo per forza dilazionare le ripetizioni in un tempo maggiore. Mi ha detto: “Vedo sempre tanti allenatori lanciare mille e mille palloni, convinti di allenare qualcosa. Ma facendo così tu alleni solo l’errore!“.

Il problema dell’allenamento dell’errore mi ha veramente dato da pensare. Quante volte tutti noi, in preda a questo strano principio delle ripetizioni elevate, trascuriamo qualcosa, accettando ripetizioni grossolanamente valide, ma non corrette? Il rischio è quello che un errore, seppur piccolo, diventi poi gesto automatizzato, con tutti i problemi che questo comporta. Sono andato a rileggere le lezioni dei corsi allenatori che ho frequentato e non ho mai trovato qualcuno che si soffermasse a parlare veramente della qualità della ripetizione.

Quali sono i parametri che rendono una ripetizione valida, in fase di apprendimento? Provo a citarne alcuni che condivido:

  • Possibilità di dare correzioni immediate ad ogni esecuzione
  • Semplicità e analiticità della ripetizione

Un esempio: se voglio insegnare a fare un palleggio di appoggio, probabilmente non ha molto senso iniziare a lanciare palloni, dall’altra parte del campo, a raffica, 2-3 palle per bambino e poi giro. In questo modo, infatti:

  • Se penso al ritmo, non posso correggere ogni gesto tecnico;
  • Il mio lancio arriva da lontano, può essere impreciso, aggiungendo alla tecnica di palleggio quella di spostamento;
  • Sono fisicamente lontano dai miei giocatori, per poter vedere tutti i piccoli aspetti tecnici con precisione e per poter dare tempestive correzioni (salvo urlare in continuazione da una parte all’altra della palestra).

Quale potrebbe allora essere un processo di insegnamento “corretto” in base al principio sopra enunciato? Provo a scrivere alcuni esercizi di base per il palleggio d’appoggio, post-propedeutici:

  • Palleggio contro al muro da seduti o inginocchiati, fermando la palla ogni volta o lanciandola prima contro al muro e poi facendo un palleggio (isoliamo il lavoro delle braccia);
  • Palleggio a coppie, uno lancia preciso e l’altro palleggia preciso, si ferma la palla ogni volta; eventualmente lavorare con palla trattenuta (sensibilizzazione dell’azione elastica delle mani);
  • Palleggio su lancio preciso dell’allenatore, che lancia dallo stesso campo del bambino, a distanza di pochi metri;

Cercando di concludere, credo che, in generale ma soprattutto in fase di apprendimento, si debba pensare molto alla qualità della ripetizione prevista nel nostro esercizio, cercando di limitare il numero di variabili presenti e rendendo possibile la correzione del maggior numero possibile di esecuzioni. Pensare solo alla quantità, infatti, può portare a fissare gesti tecnici non corretti che, alla lunga, potrebbero diventare automatismi, con grosse difficoltà per correzioni successive.

L’individuazione del talento in U14

TalentoDi recente sto assistendo ad alcuni allenamenti di un gruppo Under 14 maschile. Ho visto un paio di ragazzini veramente bravi. Tuttavia, siccome non ho alcun modello di confronto a livello nazionale (mentre per gli U16 “ho” il Trofeo delle Regioni e per l’U18 le Finali Nazionali di giugno), mi è venuto da pormi la seguente domanda: “Quali sono gli elementi che ci fanno individuare un talento?.

Badate, la domanda può apparire in fondo banale e con puri scopi di curiosità, ma è tutt’altro che così. Dobbiamo sempre tener presente che uno degli obiettivi fondamentali per un allenatore giovanile è favorire l’esplosione del talento. Detto in termini brutali, se ho tra le mani un potenziale giocatore di serie A, devo fare del mio meglio per farcelo arrivare. E se non ho i mezzi per farlo (mezzi tecnici, ma anche fisici, come l’assenza di un gruppo valido con cui farlo allenare per sufficiente tempo), credo sia importante creargli qualche possibilità con società più blasonate.

In Under 14, secondo me, c’è un problema da non trascurare, almeno a livello maschile: lo sviluppo dell’atleta è appena all’inizio. Sia dal punto di vista fisico, che da quello tecnico. Nella mia Bologna, infatti, è raro vedere in queste realtà giocatori con già alcuni anni di esperienza alle spalle. E’ invece più normale creare gruppi completamente nuovi. Fatta questa premessa, è facile arrivare al vero fulcro del mio problema: “Il ragazzino che io giudico bravo, è un talento o risulta semplicemente bravo perché nella sua squadra è il più bravo?“.

Di recente, ho letto una frase di Davide Mazzanti (vice allenatore di Lorenzo Micelli a Bergamo in A1F), in cui citava appunto la ricerca del talento, che mi ha colpito e ritengo sia da riportare:

[…] A livello giovanile il talento non è nascosto nel fare bene 8 cose su 10, ma nel riuscire a fare una volta su dieci una cosa eccezionale… Sarai tu, con l’allenamento, a trasformare il suo talento in rendimento: buon lavoro!

(Davide Mazzanti, vice allenatore Volley Bergamo A1F)

Partendo da questa affermazione, che ritengo più che condivisibile, vorrei lasciare i miei lettori con alcune domande, sperando che il caso in questione possa risultare di interesse ed aprire il dibattito sulla ricerca del talento:

  • In U14M, quanto è importante l’aspetto fisico?
    • Qual è l’altezza media di un gruppo U14M di alto livello?
    • Quali sono i fattori che ci possono aiutare in una previsione grezza della crescita dell’atleta (esempio: altezza dei genitori)?
  • In U14M, quanto è importante l’aspetto tecnico?
    • Quanto è importante il servizio dall’alto? E’ necessario il servizio in salto?
    • Quanto è importante l’attacco da zona 4/2? Meglio precisione o potenza?
    • Quanto è importante il bagher d’appoggio e ricezione?
    • Quanto è importante il muro?
    • Quanto è importante il palleggio d’alzata?
  • In U14M, quanto è importante l’aspetto psicologico?
  • In U14M, quanto è impostante l’aspetto tattico?
  • Quali sono i gesti tecnici “tipici” che il talento riesce ad eseguire correttamente una volta su dieci in maniera eccezionale?

In altre parole, qual è il giusto mix per riconoscere un talento?

Scout e Video

StatisticheLe statistiche dominano sempre di più il nostro sport, ad ogni livello, così come il video risulta sempre più utilizzato, anche a livelli medio – bassi. Gli scopi dell’analisi sono i più disparati e spaziano dalla semplice auto-valutazione dei giocatori ad un vero e proprio studio delle proprie capacità, con forti ripercussioni in termini di programmazione dell’allenamento.

Lo scopo di questo articolo non è fornire una trattazione completa su questo argomento così vasto e così sempre in espansione. Cercherò invece di raccontare il lavoro che svolgo quest’anno con la mia squadra, in B2 maschile, dove faccio il secondo allenatore, sfruttando queste informazioni per parlare in maniera più generale dell’analisi statistica.

Inoltre, visto che l’analisi statistica è un argomento di ricerca molto gettonato, spero che questo articolo possa chiarire qualche idea a chi fosse interessato a questo campo. Ribadisco tuttavia che non si tratta di una trattazione completa, quanto più un’elencazione piuttosto schematica di concetti e principi di base. Per una trattazione più completa, su questo sito, sarà necessario attendere ancora un po’.

Cerchiamo anzitutto, con questo piccolo preambolo, di chiarire un punto per me fondamentale: a cosa serve lo scouting. Fondamentalmente, lo scouting è un valutatore di prestazione, inteso però come risultato e non come tecnica.L’obiettivo, salendo di livello, è quello di avere un valido supporto alle decisioni, sia in gara che fuori. Chiaramente, un supporto statistico non può essere considerato affidabile al 100%. Al fine di rendere questo modello il più possibile affidabile ed aderente alla realtà, è necessario che si stabiliscano delle regole oggettive di rilevazione. Molte volte, anche gli allenatori più esperti, valutano la prestazione di un giocatore ricordando solo alcuni episodi salienti: la rilevazione statistica, invece, aiuta anche a fornire una valutazione completa sulla prestazione di un giocatore.

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L’impostazione del muro

MuroScrivo questo articolo perché ho cambiato parere riguardo ad una questione tecnica e, come diretta conseguenza, sono portato ad analizzare e criticare alcune mie scelte personali passate. L’argomento di discussione parte da una semplice domanda: “Quando ed in che modo è importante iniziare il lavoro sul muro con una squadra giovanile?“.

Ho sempre creduto che il muro fosse una questione, se così si può dire, di priorità inferiore rispetto ad altri fondamentali, quali possono essere la ricezione, l’alzata o l’attacco. Qualche anno fa, lavorando un gruppo U16 di livello francamente bassino, ho volutamente ridotto il lavoro su questo fondamentale, sia come lavoro di muro esterno che come muro dopo traslocazione per i centrali. Addirittura, ho completamente tralasciato il lavoro di traslocazione per i giocatori laterali.

Mi capita ora però di vedere alcuni atleti, anche più evoluti, avere problemi abbastanza vistosi in questo fondamentale, sia da fermi che, soprattutto, dopo una traslocazione verso l’esterno. Il muro a lettura, in più, è spesso difficoltoso, non tanto come capacità di analisi, quanto proprio come tecnica. Discutendo con bravi giocatori in questo fondamentale e con alcuni allenatori, mi è venuto da concludere che l’impostazione del muro debba essere data quanto prima.

Ora, dobbiamo premettere che rimango fermamente convinto che alcuni accorgimenti si possano applicare solo quando il livello di gioco, della propria squadra e/o del proprio campionato, lo permetta. In particolare:

  • E’ inutile inserire il muro in lettura se nessuno gioca primo tempo
  • E’ inutile (anche rischioso in quanto a dinamiche di gioco) inserire il concetto di assistenza se nessuna squadra gioca primo tempo efficace
  • E’ inutile inserire il concetto di muro in parallela o diagonale se le direzioni d’attacco sono assolutamente scontate
  • Il muro rimane comunque un lavoro cui dedicare, a mio avviso, meno tempo rispetto ad altri aspetti tecnici prioritari per le varie fasce d’età (si legga, tra gli altri, il materiale di Paolini per maggiori informazioni)

Ritengo altresì che ci siano alcune basi tecniche che debbano essere inserite quanto prima, proprio per facilitare la crescita tecnica dei propri atleti. In particolare, ci sono tre aspetti che credo vadano considerati basilari, anche per un gruppo molto giovane:

  • L’uscita delle mani oltre la rete (e il conseguente orientamento del piano di rimbalzo)
  • Il tempo di salto
  • La posizione di muro

L’uscita delle mani oltre la rete consiste nel fatto di piazzare le mani direttamente nell’altro campo (impostazione di muro invadente), con le braccia già orientate verso il centro del campo avversario, le dita aperte e le braccia come proseguimento del corpo, senza oscillazioni. Da segnalare anche l’importanza della discesa a gomiti stretti, per evitare colpi con eventuali compagni di fianco.  Il problema delle “mani lanciate“, ossia spostate quando sono già oltre la rete, è abbastanza evidente nelle serie minori ed è una delle cause principali del mani-out. Riassumendo, credo che i punti principali da considerare in questo caso siano:

  • Le braccia coprono il cilindro del corpo (non fuori)
  • Le mani invadono direttamente il campo avversario (non prima in alto e poi in avanti)
  • Le braccia escono da rete già con la giusta orientazione (nessun movimento durante il volo)
  • Le dita aperte fin dall’uscita da rete (non chiuse)
  • Posizionamento del pollice non in fuori (prevenzione traumi)
  • Discesa a gomiti stretti (prevenzione traumi)

Il problema del tempo di salto è un altro grande classico, cui spesso non si fa molto caso, ma che, se analizzato con attenzione, è una lacuna di tantissimi giocatori. L’effetto indesiderato è quello di saltare insieme all’avversario (parliamo di attacco esterno) e, conseguentemente, murare in fase di discesa, o addirittura non riuscire a murare (e credere poi che “ci siano passati sopra“). I riferimenti che possiamo dare ai nostri giocatori sono innumerevoli, quello con cui io mi sono trovato meglio è questo: saltare quando l’avversario apre la spalla per colpire. Chiaramente, questo riferimento è riferito ad un attacco di prima linea eseguito con “tecniche abbastanza standard”: dobbiamo infatti tenere presente che ogni attaccante ha un proprio tempo del braccio in attacco e, conseguentemente, deve corrispondergli un corretto tempo di muro.

A proposito di tempo di salto, c’è un altro punto che vorrei portare all’attenzione di tutti e su cui sto cercando di documentarmi. Parlo del caricamento delle gambe e del rispettivo tempo. Così come per l’attacco diamo un riferimento sulla rincorsa (ad esempio, sul secondo tempo diciamo qualcosa di simile a “parti con destro – sinistro quando il palleggiatore tocca la palla”), per il muro dovremmo trovare un riferimento per il caricamento. Infatti, si vedono atleti molto differenti in quanto a caricamento delle gambe e, di conseguenza, il riferimento generale di saltare al caricamento della spalla non può essere universale neppure dal punto di vista interno (ossia riferito a chi mura).

Riguardo alla posizione di muro, anche questo aspetto è spesso trascurato, sia come distanza da rete, che come posizionamento di fronte all’attaccante. Esistono alcuni riferimenti che possiamo dare ai nostri giocatori, che riporto di seguito. In maniera sintetica possiamo dire che:

  • La distanza da rete è misurabile con il gomito (distanza gomito – spalla o gomito – pugno)
  • Dobbiamo posizionarci in modo da avere il nostro sterno davanti alla spalla che attacca (muro sulla rincorsa)

La tappa successiva è quella di eseguire ogni lavoro di muro dopo una piccola traslocazione, che può partire anche da un semplice passo accostato. All’inizio il focus non sarà tanto sulla tecnica di spostamento, quando sulla posizione di arrivo e sulla corretta esecuzione dei punti sopra descritti. Con il crescere dell’età degli atleti e degli obiettivi di squadra, chiaramente, alcune tecniche andranno leggermente riviste, in base al proprio gioco ed alla naturale progressione tecnica. Parlo, ad esempio, del muro in lettura, del muro dal centro e dai vari posizionamenti nei muri esterni.

Dopo aver parlato del “cosa“, cerchiamo ora di analizzare il “quando“. C’è un grosso scoglio da superare, ovvero la gestione dell’atleta che non supera la rete. In questo caso ci sono due scuole di pensiero:

  • Non lavorare sul muro finché buona parte della squadra non è in grado di uscire minimamente da rete
  • Impostare ugualmente il lavoro sul muro, anche se il giocatore non esce da rete

E, di seguito, alcune considerazioni a favore di una o l’altra tesi:

  • Un atleta basso può crescere e, se avrà già svolto un lavoro analitico, potrà essere notevolmente avvantaggiato
  • Con alcuni accorgimenti, alcuni esercizi si possono fare anche con giocatori bassi (muro da una sedia senza salto, rete bassa eccetera)
  • Un atleta basso è inutile a muro e potrebbe allenarsi in gesti a lui più utili
  • Un atleta basso considera inutile lavorare sul muro e non è motivato
  • Se non faccio lavorare un atleta sul muro, è insensato farglielo fare in gara, ma questo comporta l’utilizzo di schemi abbastanza complessi e poco standardizzabili

Non credo si possano dare riferimenti assoluti in questo senso. Personalmente, ad oggi, penso che nel momento in cui l’atleta riesca ad uscire anche con una falange, sia ora di iniziare il lavoro, se non lo si ha già fatto. A parte questo rimango sempre fedele al principio secondo cui non esistono regole standard, ogni squadra è formata da persone completamente diverse tra loro e diverse da quelle delle altre squadre, pertanto ogni allenatore dovrà essere bravo a capire cosa sia giusto per il proprio gruppo e cosa invece sarà rimandabile ad un successivo momento. Ciò che mi sento di dire (e di auto – criticarmi guardandomi indietro) è tuttavia che penso sia importante iniziare un buon lavoro di muro anche con gli atleti più giovani e non, banalmente, decidere di trascurare questo fondamentale in favore di altri.

Commento alle nuove regole 2009 – 2012

LibriCon un po’ di calma e pazienza, ho trovato il tempo di leggere e scrivere qualcosa riguardo alle nuove regole, che saranno valide per il quadriennio 2009 – 2012. Per chi ancora non le conoscesse, prego di fare riferimento al mio articolo apposito. Alcune regole sono già in vigore dalla stagione scorsa, altre invece entreranno in gioco da questa stagione (la FIVB ha imposto come limite ultimo Gennaio 2009).

Ci sono, essenzialmente, alcune regole procedurali, riguardanti la linea dell’allenatore, la palla bloccata, le modalità di sostituzione e le competenze degli arbitri. Francamente, di queste regole, possiamo evitare di spendere troppe parole, poiché riguardano essenzialmente delle modifiche sulle prassi da seguire e poco di più.

Ciò su cui invece vorrei spendere qualche parola è il discorso delle invasioni. Perché, vedete, a mio avviso la regola di prima era abbastanza frustrante, fastidiosa e tutto quello che volete, ma abbastanza perentoria: se tocchi la rete, è invasione. Se passi con tutto il piede, tutta la mano, o un altro pezzo di corpo, è invasione. Rognoso, se volete, ma abbastanza chiaro. Che poi ci fosse la famosa postilla sullo star giocando la palla o il non interferire con il gioco siamo d’accordo, ma troviamoci anche d’accordo sul fatto che, nel 99% dei casi, toccare la rete equivalesse ad un fallo.

Adesso, invece, a favore di una maggiore “sensatezza”, si aggiunge ad un arbitro la facoltà di decidere, si richiede di valutare. Riporto, per maggiore chiarezza, il pezzo incriminato:

11.2 INVASIONE SOTTO RETE
R. 11.2.2.2 Il contatto con il suolo del campo opposto con qualsiasi parte del corpo sopra i piedi, è permesso a condizione che non interferisca con il gioco degli avversari.

11.3 CONTATTO CON LA RETE
R.11.3.1 Il contatto di un giocatore con la rete non è fallo, a condizione che non interferisca con il gioco.
R.11.3.2 I giocatori possono toccare i pali, i cavi o qualsiasi altro oggetto oltre le antenne, compresa la rete, a condizione che non interferisca con il gioco.

11.4 FALLI DEL GIOCATORE A RETE
R.11.4.4 Un giocatore interferisce con il gioco avverso (tra l’altro):

  • toccando la banda superiore della rete o l’antenna durante la sua azione di giocare la palla, o
  • usufruendo di un ingiusto vantaggio sull’avversario, o
  • facendo una azione che ostacola un avversario intento a giocare la palla.

Si rientra nella famosa discrezionalità dell’arbitro di cui parlavamo ai tempi del fallo di doppia. L’interferire con il gioco, a mio avviso, è un discorso abbastanza soggettivo. Per di più, sebbene ci sia qualche esempio chiarificatore sul concetto di interferenza, la stessa spiegazione contiene una postilla “tra l’altro” che indica, per l’appunto, che la casistica è illimitata e molto variabile.

Riporto, inoltre, un altro pezzo, in aggiunta al documento di regolamento, che dovrebbe chiarire:

Queste tre regole insieme affermano che, in principio, toccare accidentalmente la rete non costituisce fallo se il tocco non interferisce sul gioco che si sta svolgendo. Interferire significa:

  1. toccare la banda superiore della rete o l’antenna nel mentre l’atleta sta giocando la palla (prima, al colpo sulla palla e dopo, oppure nell’atto di cercare di toccare la palla);
  2. avere un vantaggio dal tocco della rete, come ad esempio essa si abbassa mentre un compagno di squadra si appresta ad attaccare o mentre un avversario si appresta a giocare la palla ed è distratto dal movimento della rete, oppure tocca la rete e contemporaneamente un avversario che sta cercando di prendere parte all’azione di gioco;
  3. toccare volontariamente e non accidentalmente la rete

Da questa spiegazione, francamente, sembrerebbe che, più o meno, sia comunque sempre invasione. Viene reso valutabile (attenzione, non lecito, valutabile) il contatto di una parte di rete diversa da antenne e banda superiore durante l’azione di giocare la palla. Ma come fare a dire se abbia o meno interferito con il gioco? Pensate poi al discorso di “giocatore distratto dal movimento della rete”, mi immagino già le proteste di qualche furbetto. Infine, toccare volontariamente la rete. Tutte parole (distratto, cercare di prendere parte, accidentalmente) sono a mio avviso un po’ vaghe.

Invece di semplificare le cose, temo che qua si vada per complicarle. Se è vero che ad alto livello si potranno avere vantaggi di spettacolo (e, perché no, le famose discussioni arbitrali dopo le partite fanno bene al pubblico), ho il sentore che ai livelli più bassi (e parlo anche di livelli molto bassi, dove magari arbitrano i giovanissimi arbitri appena usciti dai corsi, o dove c’è un solo arbitro) sarà un vero sfacelo. Un caos assurdo. Non dico che si vinceranno o perderanno partite per colpa degli arbitri, ma dico semplicemente che l’arbitro avrà un ruolo ancora più significativo all’interno di una gara e, invece di essere un semplice “rilevatore di infrazioni“, dovrà diventare un vero e proprio giudice pensante. Il carattere dell’arbitro, l’esperienza e quant’altro diventeranno ancora di più un fattore da non sottovalutare.

Staremo a vedere. A presto per nuovi commenti, sia miei che vostri.

Sui propedeutici

ChimicaDefiniamo esercizio propedeutico un esercizio che ci avvicini all’esecuzione di un gesto tecnico. Di per sé il movimento non è quello finale, ma ci assomiglia. Il problema che vorrei affrontare oggi, su cui vorrei aprire un dibattito, è il seguente: quanto deve essere somigliante un propedeutico al gesto tecnico reale?

Non avendo mai allenato né un MiniVolley né un Under 14 (o più in basso), non mi sono mai trovato di fronte al problema di affrontare con meticolosità tutta la serie di propedeutici necessari per far famigliarizzare un bambino con i gesti di base del nostro sport (palleggio e bagher d’appoggio, schiacciata…). Tuttavia, nei giorni scorsi ho visto alcuni allenamenti di ragazzini piccoli e ho visto eseguire alcuni propedeutici che ritengo un po’ avventati.

Un esempio su tutti, propedeutico al palleggio: “Lancio la palla, corro sotto, la blocco a braccia distese, poi piego alla fronte e lancio”. A mio avviso questo propedeutico è sbagliato. E’ sbagliato perché mi dà l’idea che si cerchi di fissare nel giovane atleta il concetto che per palleggiare dobbiamo portarci sotto la palla con le braccia distese e poi fletterle, salvo poi distenderle nuovamente. Capiamo bene che questo non ricalca la realtà, poiché il palleggio non si esegue in tre tempi distinti (preparazione – flessione – distensione), ma con il solo blocco preparazione – distensione. Ricordo, anzi, molto bene, il lavoro estivo con alcune atlete che avevano appunto il problema di rallentare l’esecuzione del palleggio, inserendo movimenti extra e superflui tra la fase di preparazione e quella di distensione.

Mi domando allora in base a cosa dobbiamo scegliere i propedeutici, cercando di raggiungere questo duplice obiettivo:

  • Lavorare analiticamente su una parte del gesto tecnico da insegnare
  • Non creare presupposti per il fissaggio di meccanismi errati

A mio avviso, prima di inserire un esercizio in una nostra progressione, dobbiamo eseguire lo sforzo di ripercorrere le varie tappe del gesto tecnico finale dal punto di vista della teoria. In seguito, passeremo ad analizzare con razionalità il nostro esercizio, per capirne pregi e difetti. Una volta sicuri, lo proporremo in palestra. Chiaramente, non dobbiamo dimenticare tutta quella serie di buone regole per la creazione di esercizi, che riguardano quindi la possibilità di correggere, l’elevato numero di ripetizioni, il divertimento e quant’altro, accettando però qualche compromesso nelle primissime fasi, in favore della possibilità di correggere il maggior numero di bambini. Riassumendo:

  1. Ripasso teorico del gesto tecnico finale
  2. Analisi dell’analogia del propedeutico con un frammento di gesto tecnico
  3. Assenza di possibilità di fissaggio di meccanismi errati
  4. Confronto dell’esercizio con i criteri di creazione di buoni esercizi
  5. Esecuzione pratica in palestra

L’esercizio prima proposto ha anche un secondo problema: è troppo difficile per atleti che non hanno mai giocato a pallavolo. E’ difficile perché, se ci si pensa, presuppone la conoscenza dei seguenti schemi motori:

  • Lancio della palla
  • Spostamento
  • Posizionamento
  • Esecuzione del gsto

Se noi dobbiamo insegnare il gesto tecnico, dobbiamo anzitutto isolarlo. Se invece inseriamo anche le altre tre fasi, è logico aspettarsi errori di lancio, errori di spostamento, errori di piazzamento e quant’altro. Conclusione: esisterà una elevata quantità di ripetizioni in cui il vero errore non è nel gesto tecnico, ma nelle fasi precedenti!
Per concludere con un po’ di completezza, penso che una valida alternativa all’esercizio proposto fosse quella di bloccare la palla con le braccia già cariche, sopra la fronte, per poi effettuare solo la spinta. Riguardo allo spostamento, credo che questo sia una fase già successiva, da utilizzare dopo altri propedeutici più semplici. Ad esempio, io partirei con lavoro con lancio dell’allenatore preciso al bambino, bloccaggio alto e spinta. In seguito si passa al lancio preciso (quanto possibile) del compagno, poi al lancio spostato e così via. Ma, prima di tutto, sarà importante fissare il corretto gesto tecnico.

Calcio, Basket, Volley

CalcioMi domando sempre più spesso che cosa abbia il calcio in più del basket e cosa abbia questo in più del volley. Considerata la mole di tifosi e la quantità di denaro in circolazione, penso che il mio sia un dubbio più che lecito.

Il calcio è un fenomeno planetario e, nonostante in continui scandali, le continue botte e i continui problemi che ci vengono mostrati, gli appassionati rimangono fedelissimi, incollati a questo sport. Allora mi sono messo a pensare e mi sono venute in mente alcune considerazioni che voglio condividere con i visitatori di questo spazio.

Credo, banalmente, che calcio e basket sappiano vendersi meglio della pallavolo. E’ forse un’ipotesi un po’ bizzarra, ma è pur sempre un’ipotesi. Prendiamo ad esempio il calcio e guardiamo quali sono alcune caratteristiche che mancano alla pallavolo.

Immediatezza di gioco

Prendete due o tre amici e andate al parco, buttate due bottigliette o due magliette per terra in ognuno dei due campi e iniziate a giocare. Se anche doveste essere tutti inguardabili (parola di uno che veramente è imbarazzante a calcio), riuscirete sicuramente a trovare un vostro ritmo e a divertirvi come dei pazzi. Perché il calcio è uno sport che, almeno a livello basso, è facilissimo e non richiede alcuno strumento in particolare. Si gioca senza entrate pericolose, si discute un po’ sulla prospettiva delle porte, ma, in fondo, è tutto facile. Basta correre e tirare la palla. Se sbagli uno stop, ci ridi sopra, perché tanto al passaggio successivo la palla ti arriverà sui piedi.

Riprovate con il basket. Qui serve un canestro, ma direi che di un canestro sono dotati quasi tutti i parchi. Anche in questo caso, nonostante la difficoltà sia maggiore, è comunque facile, prima o poi, prendere un discreto ritmo e, se comunque tutti i giocatori sono più o meno allo stesso livello, è facile divertirsi.

Andate ora, sempre con i soliti amici imbarazzanti, a giocare a pallavolo. Anzitutto, serve una rete, cosa abbastanza rara nei parchetti più piccoli, altrimenti non si gioca a pallavolo, ma si fanno dei passaggi. Supponiamo che la troviate. Il primo giocatore batte a rete. L’altra squadra gira e il secondo giocatore batte fuori. Quando finalmente la palla passa la rete ed entra in campo, il bagher è questo strano mostro oscuro per cui è quasi sicuro avere una ricezione negativa. Conclusione: dopo 10 minuti si avrà già voglia di smettere. La pallavolo è uno sport facile da imparare, ma non è per niente facile giocarci finché non lo si sa fare.

Regolamento facile

Se ci pensate, le regole del calcio sono tutte abbastanza facili o, quanto meno, abbastanza facili da imparare in maniera generale. Il fallo, il goal, la rimessa laterale, il calcio d’angolo. L’unica regola leggermente complicata è quella del fuorigioco, ma in fondo, una volta imparata, è veramente banale anche quella. Forse sono un po’ vaghe, ma su questo tornerò dopo.

Pallavolo e basket peccano invece da questo punto di vista. Pensate a quanti falli difficili da capire e meccanizzare ci sono nella pallacanestro (passi, doppia, interferenza e così via) e quanti altri a pallavolo (doppia, trattenuta, invasioni di ogni tipo). Regole difficili, che spesso si ignorano quando si gioca con gli amici, proprio per il fatto che sono sconosciute ai più. Certo, questo contribuisce a rendere l’arbitraggio più ininfluente sul risultato finale, ma d’altro canto rende più difficile capire lo sport per i non addetti.

Contatto fisico

Qui c’è veramente poco da dire, non capisco esattamente il motivo, ma bisogna prendere atto del fatto che alla maggior parte delle persone piaccia vedere il contatto fisico tra atleti, questo lottare e portarsi via un attrezzo. Basti pensare che gli sport più diffusi nell’antichità erano la lotta e sport affini.

Errori arbitrali

Questa è forse una delle discriminanti maggiori. Mi è venuto in mente quando un amico mi ha chiesto: “Ma perché a pallavolo ci sono 2 arbitri e 4 guardalinee, mentre a calcio c’è un solo arbitro per un campo immensamente più grande, aiutato da 2 soli guardalinee?“. Mi è venuto da rispondere che l’errore arbitrale faccia parte dello spettacolo. Dico, immaginate cosa succederebbe al calcio se ci fossero, per dire, 4 arbitri, la moviola in campo e quant’altro? Come minimo, la metà delle trasmissioni televisive durerebbe un decimo di quanto durano ora. E il lunedì si discuterebbe molto di meno con compagni e colleghi di lavoro. Le stesse regole, se ci si pensa, si mantengono un po’ vaghe sul discorso dei falli e dei rigori, sempre così discussi. Eppure sarebbe apparentemente facile rendere l’errore arbitrale quasi nullo.

Invece noi a pallavolo, con tutti i nostri arbitri e così via, facciamo molta più fatica a condizionare una partita. Certo, a livello basso succede di tutto, ma questo è normale. Ad alto livello è raro che succeda qualcosa di così scandaloso. Anche perché un punto a pallavolo vale molto meno di un goal a calcio. Insomma, spero che il discorso sia più o meno chiaro.

Come ho detto e, spero, motivato, credo banalmente che il calcio si venda meglio. A seguire il basket. E poi la pallavolo.