Tecnica errata o adattamento?

Qualche giorno fa mi sono trovato a parlare con un collega e ormai caro compagno di lavori e discussioni tecniche, Antonio (meglio noto come supersunk), in merito alla questione del bagher d’appoggio. Lui mi esponeva la sua idea di gesto tecnico ed io rispondevo con la mia. Alla fine sono arrivato alla conclusione (forse perché era un argomento che già avevo affrontato, visto che due anni fa la pensavo esattamente come lui) che entrambe sono corrette. Giusto per completezza, riporto le due “teorie assassine”: mente ci troviamo d’accordo sull’importanza di uno spostamento preciso, rapido e repentino e sulla necessità di un piano di rimbalzo saldo, piatto e ben orientato, ci siamo trovati in disaccordo in merito alla questione della meccanica del gesto. Mentre lui sostiene l’importanza di uno spostamento in affondo frontale verso la palla, io sostengo un’importanza maggiore della condizione di equilibrio laterale e quindi preferisco avere giocatori con una base di appoggio ampia e un piede solo leggermente più avanti rispetto all’altro. Ad essere precisi, più che la meccanica, è la postura del gesto ad essere modificata. In effetti, è chiaro che ogni tecnica d’appoggio deve prevedere di andare incontro alla palla, il tutto sta nel definire come farlo.Non vorrei soffermarmi troppo sulla questione del bagher d’appoggio, che è solo un caso specifico del discorso più generale che vorrei affrontare. Si parla sempre di differenze tra errore ed adattamento, ma ci sono almeno due punti che vengono trascurati:

  • Qual è il confine che separa l’errore dall’adattamento
  • Come scegliere cosa insegnare

Per risolvere il primo problema dobbiamo pensare a che cosa sia una tecnica e per quale motivo essa venga introdotta. Penso sia un campo piuttosto interessante, che mi piacerebbe approfondire. Purtroppo, il materiale a mia disposizione in merito non è molto. Posso azzardare, comunque, che una particolare tecnica nasca in seguito ad una serie di adattamenti atti a raggiungere alcuni obiettivi obiettivi:

  1. Migliorare l’efficacia del fondamentale;
  2. Ridurre la fallosità del fondamentale;
  3. Rendere il gesto facilmente apprendibile;

Va aggiunta inoltre una serie di vincoli:

  1. Bisogna rispettare il regolamento di gioco;
  2. Rendere pressoché nulli i rischi di traumi;
  3. Il gesto tecnico deve essere realisticamente allenabile.

Cercando di riassumere, un gesto tecnico deve produrre qualcosa di buono nell’ambito del gioco (tanti punti in pochi errori), essere ammesso dal regolamento, non essere dannoso per i giocatori ed essere realisticamente allenabile. Ovvero, dobbiamo sapere in che modo allenarlo, le qualità fisiche che lo sovrastano e le abilità coordinative richieste. Ad esempio, perché per far punto un giocatore non si fa lanciare dal compagno in aria e poi impatta la palla in rovesciata (tipo calcio)?

  1. E’ vietato servirsi dell’aiuto del compagno nel giocare la palla;
  2. Il gesto tecnico è molto pericoloso (ricaduta);
  3. Il gesto motorio è molto complesso e quindi facilmente soggetto ad errore (elevata fallosità);
  4. Servirebbe una quantità di tempo spropositata per allenarlo.

Mi viene da pensare che le tecniche che utilizziamo ed insegnamo oggi siano frutto di una serie di raffinazioni successive. Partendo dai vincoli, hanno cercato di migliorare gli obiettivi proposti. Pensiamo alle differenti tecniche di muro, o addirittura di rincorsa, tra centrali e schiacciatori. Mi viene da pensare che, originariamente, queste differenze non esistessero. Con l’introduzione di palloni più rapidi, sono stati necessari adattamenti e raffinazioni.

Una volta che siamo riusciti a definire una tecnica, dobbiamo anche individuare cosa è veramente importante e cosa invece non lo sia. A tale scopo mi piace ricordare un esperimento svolto in America qualche decennio fa. Sono stati convocati degli allenatori di tennis, divisi in due categorie: esperti ed inesperti. Sono stati loro mostrati dei video di giocatori ed è stato chiesto di annotare gli errori tecnici riscontrati. Il dato sorprendente, ma del resto atteso dagli organizzatori, è che gli inesperti hanno segnalato una miriade di errori in più rispetto a quelli individuati dagli esperti. Ma come è stato possibile un fatto del genere? Gli allenatori esperti avevano avuto dei problemi? Stavano forse male? Difficile, visto che il numero di allenatori interpellato era elevato, e la possibilità che si verifichi un evento del genere è molto bassa. Ma allora cosa può essere successo? Beh, è quasi incredibile, ma il risultato del test conferma il fatto che l’allenatore esperto normalmente sa cosa è importante e cosa invece non lo è. O meglio, l’esperienza aiuta l’allenatore a capire ciò che è errore tecnico importante e ciò che invece è personale adattamento, errore non tecnico o comunque trascurabile. Ecco allora che l’allenatore esperto è in grado di trascurare i fattori poco importanti, quelli che non dipendono dalla tecnica, quanto da un personale adattamento di un giocatore.

Dobbiamo però ancora capire quale sia il confine dell’adattamento, il limite superato il quale deve scattare repentina la correzione. Anzitutto, dobbiamo specificare le situazioni di partenza. Mi pare logico che tale confine sia funzionale all’età ed all’anzianità sportiva del giocatore. Più un giocatore è esperto, più avrà tecniche personalizzate che, oggettivamente, risulteranno difficili da sistemare, anche se normalmente le considereremmo errate. Proviamo quindi a riferirci ad un giocatore di una squadra giovanile con qualche anno di esperienza. Ad esempio, un Under 16 o Under 18 con almeno 3 anni di esperienza in campionati di categoria.

Ritengo che il confine sia da ricercare nel punto in cui il fondamentale riesce comunque a rispettare gli obiettivi di cui sopra abbiamo parlato. Ovvero: se due particolari tecniche riescono a produrre efficacia e fallosità equivalenti, allora dobbiamo poter parlare di eguaglianza tra essi. Nel caso specifico del bagher di prima, ci sono evidenti motivazioni a favore degli affondi frontali ed altre a favore della stabilità laterale. Basti pensare che il bagher in affondo è quello più insegnato (e, giudicando il fatto che abbiamo prodotto parecchi buoni giocatori negli ultimi anni, direi che funziona bene); d’altro canto, il bagher con piedi molto larghi è quello più utilizzato a livelli alti, quando la palla viaggia molto veloce.

Un secondo esempio: la rincorsa al contrario. Perché è un gesto tecnico da correggere nei giovani? Perché, limitando il numero di colpi forti, produce efficacia minore. Infatti, entrando a rete con angolature diverse, diventa molto improbabile poter giocare alcuni colpi di diagonale (parlando di attacchi da zona 4).

Rimane da affrontare l’ultimo quesito: cosa insegno ad una squadra giovanile? Penso che in questo caso la risposta corretta, a parte quella banale (”ciò che è corretto“), sia “ciò che so insegnare meglio e ciò in cui credo maggiormente“. Tornando al caso specifico del bagher, io preferisco insegnare a tenere le gambe larghe poco più delle spalle, un piede più avanti e lavorare molto sul piano di rimbalzo. Perché credo che sia più facile da insegnare. Perché credo che ricalchi meglio il gioco di alto livello a cui aspiriamo di arrivare con tutti i nostri ragazzi. Perché non credo nel perdere troppo tempo nell’insegnare un affondo, quando abbiamo appurato che non è quello l’importante. Perché vedo risultati migliori in questo modo. Perché credo che l’equilibrio sia importante.

Ciò che mi sento di consigliare caldamente è di non mescolare troppi stili di insegnamento. Mi spiego: se scelgo di lavorare sull’equilibrio, lavoro su quello. Non che ad un giocatore faccio fare quello e ad un altro l’affondo. Se già i miei giocatori sono abituati a fare l’affondo, tuttavia, non ha senso perdere tempo a cambiare la tecnica, perché, come abbiamo ampiamente detto, non è quello che importa!

Una buona pallavolo ed un buon bagher a tutti.

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