Archivio per Settembre 2007

Questo articolo ha lo scopo di illustrare gli elementi principali della teoria degli esercizi: classificazione, finalità, durate, tipologie, criteri di scelta e correzione. Contiene anche alcuni richiami alla teoria dell’allenamento. Al tutto è stato dato uno stampo puramente pallavolistico, ma è possibile adattare tutti i discorsi presentati anche agli altri sport.

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Il rapporto allenatore - giocatori è uno dei temi più discussi sempre, in ogni ambito sportivo. Quello che adesso andrò a scrivere è il semplice frutto della mia esperienza, da giocatore giovane maschio prima, da allenatore di giovani maschi poi. Non è lo schema di una conferenza di un illustre psicologo, è più banalmente il mio personale consiglio.

Per iniziare una buffa storiella:

Nella notte dei tempi, un imperatore nominò un primo ministro. Lo chiamò e gli disse: Perchè non ci dividiamo i compiti? Tu distribuisci le punizioni, io le ricompense. Il primo ministro rispose: Bene, così faremo. Io darò tutte le punizioni e voi le ricompense.
Ben presto l’imperatore osservò che, quando ordinava a qualcuno di fare qualcosa, costui poteva farla o non farla, mentre quando parlava il primo ministro la gente scattava. Allora l’imperatore richiamò il primo ministro e così parlò: Perchè non ci scambiamo di nuovo i compiti? E’ un bel pezzo, ormai, che distribuisci tutte le punizioni qui. D’ora in poi, io somministrerò le punizioni, e tu le ricompense. Così il primo ministro e l’imperatore si scambiarono i ruoli di nuovo. Nel giro di un mese il primo ministro diventò imperatore. L’imperatore era stata una persona simpatica, che premiava tutti e con tutti era gentile; quando cominciò a stangare la gente, il popolo disse: Che gli ha preso a quel vecchio matto? e lo rovesciò. Quando poi si trattò di sostituirlo, dissero: Sapete chi è che sta venendo su bene? Il primo ministro. E lo acclamarono subito imperatore.

L’allenatore deve imporre la propria persona come punto di riferimento. Deve vitalmente evitare di cercare di recuperare bruscamente punti una volta che sono stati persi (ossia quando si ha imposto la propria persona più come amichetto da sfottere che da educatore). Il mio personale consiglio è, in questo caso, di far capire ai propri giocatori come la situazione sia divenuta insostenibile e sia necessario riprendere una certa distanza.

Il rapporto deve essere amichevole e cordiale. I maschi non tollerano gli urlatori e, imporre la propria persona a forza di urla ed insulti sarebbe del tutto controproducente. Con il termine amichevole non intendo affatto di trasformarsi in buffoni da circo, ma è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra serietà e cordialità. Ad esempio, quando l’allenatore parla non deve esistere alcun motivo per cui gli atleti chiaccherino e su questo punto non si deve e non si può transigere. Quando si ha da far notare un errore tecnico e proporre una correzione, tuttavia, è altresì importante non esagerare con i toni, evitare urli ed eccessi di enfasi. Il giocatore maschio non sopporta di essere frequentemente e costantemente ripreso vivacemente, e presto il rapporto diverrebbe totalmente conflittuale. Come diceva il saggio Bismark, “Bastone e Carota“.

La prima impressione, si sa, è spesso determinante. Quello che piace vedere ai giocatori, nei primi allenamenti, è il sudore, la fatica. E’ quasi inspiegabile il motivo, ma se un allenatore i primi allenamenti fa faticare gli atleti allora viene giudicato un buon allenatore. Anche se è antipatico. “E’ uno stronzo, però è uno tosto“, dicono. Già è un buon punto di partenza. In generale, comunque, gli atleti maschi non amano gli allenatori che propongono allenamenti blandi, privi di senso, ripetitivi e sempre uguali. Bisogna creare allenamenti impegnativi, diversificati. Ad esempio, spesso i ragazzi non apprezzano (giustamente) gli allenatori che seguono come politica di allenamento la mezz’ora di riscaldamento e l’ora e mezza di gioco libero senza regole. Loro hanno l’impressione di migliorare poco con questo sistema di allenamento, e anche avere solo questa impressione deficita effettivamente le loro potenzialità di miglioramento.

Altra questione importante è non stancarsi mai di incitare all’agonismo; purtroppo, in squadre non blasonatissime, capita spesso di avere atleti con scarso senso di impegno e professionalità, che frequentano la palestra più per passare il tempo che per migliorarsi. Questo è un fattore, a mio avviso, che limita tantissimo il nostro sport. L’allenatore delle giovanili maschili deve sempre trasmettere entusiasmo e coraggio, cercare esasperatamente professionalità e senso dell’agonismo. Mentre generalmente le ragazze fanno ruotare gran parte della propria vita intorno alla pallavolo, per i ragazzi lo sport rimane un’attività marginale. Il nostro compito, però, è migliorare la prestazione e, ahimè, ottenere anche qualche forma di risultato (a seconda di quanto concordato con la società). Per facilitare il miglioramento, un senso dell’agonismo è vitale. I ragazzi tendono a sottovalutare l’importanza dello sport nella vita. Compito dell’allenatore è non stancarsi mai di spronare in questo senso. Spesso io ho visto di atleti poco determinati in campo, poco vogliosi di dimostrare le proprie capacità. Questo atteggiamento va stroncato: consiglio di incitare a portare del pubblico (così che i giocatori si sentano in dovere di fare bella figura) e di punire senza esitazione con la panchina chi dimostra poco agonismo. Questo porta direttamente alla frase chiave di tutte le giovanili: “meglio perdere qualche partita nelle giovanili, pur di far crescere l’atleta“. A forza di panchina (magari, a forza di sconfitte nostre), si auspica un esponenziale miglioramento. Anche la professionalità deve diventare un tormentone: non si deve esitare a punire chi arriva tardi, chi non avverte delle assenze, chi non si impegna ad allenamento. Nelle giovanili maschili è facile avere elementi che tendono a perdere tempo, ma, se non si applica una saggia politica repressiva, si rischia che anche i giocatori seri si stanchino e rinuncino ad una sana e concreta attività agonistica.

Consiglio inoltre di decidere una serie di sanzioni per chi trasgredisce, ma non avere alcuna esitazione nell’applicazione. In caso contrario, infatti, il rischio è uno stato di sbaraglio, in cui tutti i giocatori fanno ciò che vogliono perché “tanto non ci fa niente“. Ad ogni trasgressione deve essere una sanzione. La prima trasgressione un richiamo, la seconda le paste, la terza espulsione dall’allenamento e così via, a seconda della gravità dei fatti. L’importante è essere rigorosi nell’applicazione e non avere alcuna preferenza verso uno o più giocatori, per evitare antipatie interne e contribuire alla discontinuità nel gruppo. Se si applica questa politica, tuttavia, è fondamentale scegliere in modo ragionevole le sanzioni. Ragionevole per noi allenatori. Inutile dire “chi non fa tutti e tre gli allenamenti non gioca”. Perché sicuramente capita la settimana in cui il giocatore forte sta a casa due volte e allora dobbiamo decidere: metterlo in campo, contribuendo allo sbaraglio ed alla discontinuità nel gruppo, o lasciarlo giù e perdere?”. Un bel dilemma. Meglio, quindi, non essere così categorici. “Chi non si allena con costanza, perderà il posto da titolare“. Questa è già una forma più elastica, che lascia all’allenatore il controllo totale della situazione. Chiaro che, se il giocatore forte reitera assenze su assenze, è importante castigare anche lui, a costo di perdere (come già detto).

Il rapporto che si deve instaurare con gli atleti è di totale distinzione dei ruoli e di rispetto reciproco. I giocatori non devono sentirsi in soggezione nel parlare con l’allenatore, ma non devono nemmeno oltrepassare il limite di separazione dei ruoli. Qualche battuta ogni tanto è lecita, ma i giocatori non devono permettersi di polemizzare la parola dell’allenatore durante allenamenti e partite. L’allenatore deve rispettare sempre e comunque i giocatori e non trascendere in comportamenti maleducati nei loro confronti. Allo stesso modo, i giocatori devono capire che l’allenatore non è e non sarà mai un amico, è l’allenatore - educatore. Nessuno può permettersi di mancargli di rispetto. In questi casi non si deve transigere in alcun caso. Richiamo per cose leggere, sospensione dall’allenamento senza esitazione in casi più gravi. Per migliorare questo aspetto, consiglio di distinguere chiaramente i momenti di relax da quelli di lavoro: se possibile, bisogna contenere gli scherzi e le battute durante spiegazioni e correzioni, far capire ai giocatori che i momenti di relax possono essere tali. Ad esempio, non riesco mai a capire perché la maggior parte dei giocatori sente il bisogno di chiacchierare durante le spiegazioni degli esercizi, salvo poi iniziare a fare “muretto”, palleggi, bagher e quant’altro durante i momenti di pausa (quando si va a bere, per esempio, è quasi un’impresa riuscire a tenere i palloni fermi nei carrelli e riposare la testa). Comunque sia, è bene lavorare in questo senso.

Come in ogni gruppo, è bene tenere controllate assenze e ritardi. Avere un resoconto mensile permette di poter organizzare meglio il lavoro e di richiamare chi esagera.

L’ultimo consiglio è quello di prestare particolare attenzione agli elementi di discontinuità negativi presenti nel gruppo: in particolare, bisogna controllare e reprimere le personalità esuberanti, che rischiano di influenzare tutto il resto degli atleti. Generalmente, infatti, i ragazzi tendono a seguire il ragazzo leader, che più tende a “sfidare” l’allenatore. Reprimere questa personalità è vitale per evitare di essere “schiacciato” dagli atleti. Alcuni allenatori, ad esempio, consigliano di reprimere i “simpaticoni” con esercizi difficili che non riescono a svolgere correttamente, per poterlo poi punzecchiare. Del resto, negli esercizi gestiti dall’allenatore, è proprio questo a controllare la situazione.

Penso di aver concluso, sarò contento di sentire altri pareri.

Mi piace spesso ricordare ai miei giocatori che si perde perché si ha giocato male.

La motivazione psicologica può esistere in una sconfitta 3-2, di certo non dopo una bastonata 3-1 o 3-0. In questi casi è alquanto ridicolo pensare ad una soggezione psicologica.

Bisogna sottolineare che si ritrovano in giro pareri discordanti in merito. Ho letto di almeno due diverse correnti di pensiero:

  • Motivazioni a favore della psicologia
  • Motivazioni contrarie alla psicologia

Nel primo caso si ritiene che la psicologia abbia un ruolo fondamentale nella pallavolo. Addirittura si sono compiuti studi complessi e quasi affascinanti in merito. Una posizione forse esagerata.

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La battuta rappresenta il mezzo attraverso il quale ha inizio l’azione pallavolistica.

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L’attacco è la parte conclusiva dell’azione pallavolistica.

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Il servizio Jump Floating è un servizio flottante eseguito in salto. Il vantaggio principale è che, siccome la palla parte da un punto più alto, l’effetto impresso alla palla può essere maggiore e la traiettoria più tesa.

Caratteristiche

Il servizio Jump Floating non è semplicissimo da apprendere, in quanto richiede buone doti coordinative e tecniche. Una volta appreso, tuttavia, è un servizio che fornisce buoni risultati in termini di efficacia e, soprattutto, di efficienza. Generalmente, infatti, una volta automatizzato il gesto, la percentuale di fallosità si può mantenere piuttosto bassa. L’effetto floating, tuttavia, è maggiore, in quanto la palla può subire gli attriti dell’aria per più tempo, aggiungendo inoltre una traiettoria puramente discendente (partendo il servizio da un punto più elevato).

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